Il piano di Trump per Israele e Palestina infiamma il mondo islamico: rivelati i capisaldi del new look americano nell’area, i principali paesi islamici sono scesi in piazza per dire no a quello che il presidente degli Stati Uniti ha definito “l’accordo del secolo”. Immediata la risposta di Hamas: Il Piano di Trump “è aggressivo e provocherà molta ira” secondo il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri secondo cui la parte del Piano che riguarda Gerusalemme “non ha senso”.  “Gerusalemme – ha proseguito – sarà sempre una terra per i palestinesi. I palestinesi fronteggeranno questo Piano e Gerusalemme resterà sempre terra palestinese”.

La reazione palestinese

Nonostante il secco no della controparte palestinese, le proteste si sono mantenute tiepide, per il momento, e le richieste di mobilitazione da parte di varie fazioni palestinesi sono rimaste per lo più inascoltate, secondo alcune agenzie di stampa arabe. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha promesso mobilitazioni popolari contro l’accordo, in quanto gruppi tra cui l’Organizzazione palestinese di liberazione (OLP) e Hamas, che governa la Striscia di Gaza occupata dal 2007, starebbero attivandosi per una protesta di massa. Numerosi media arabi, inoltre, riportano di un clima di accettazione passiva delle notizie di questi giorni, che colpiscono ma non sconvolgono, poiché preannunciate da uno status quo di diversi decenni. L’amministrazione Trump, tra l’altro aveva già riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, trasferito lì l’ambasciata americana e promosso la legge israeliana nella Valle del Giordano e nelle alture del Golan: insomma, niente di nuovo sotto il sole. Va aggiunto un altro dettaglio: il piano di Trump, al di là dell’eco mediatica, prevede una finestra di 4 anni. Per molti palestinesi, ciò significa che il piano non avrà effetti immediati, uno dei motivi per cui le proteste di mercoledì hanno visto una bassa partecipazione. Voci più forti sono giunte dalla Cisgiordania occupata, dove a scendere in piazza sono stati soprattutto giovanissimi lavoratori e studenti: è accaduto a Tubas, Betlemme e nei campi profughi di Al-Orub e Tulkarem. Accanto al malcontento diffuso, e ai timori delle ripercussioni in caso di proteste massicce si sta verificando un fenomeno parallelo. Khalil al-Tafakji, una delle più importanti voci accademiche palestinesi nonché esperto di negoziati et similia, in un’intervista ad Al Jazeera denuncia uno scollamento progressivo tra il popolo palestinese e la propria leadership: una mancanza di fiducia che risiede nel timore di essere “venduti”e in anni di dialogo inesistente.

Il resto del mondo islamico

Decisamente dure le risposte del resto del mondo islamico e arabo. La Lega araba ha condannato il piano illustrato da Donald Trump sul Medio Oriente sostenendo che si tratti di una grande violazione dei diritti dei palestinesi. In un comunicato, il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, ha sottolineato: “Studieremo minuziosamente la prospettiva americana e siamo aperti a tutti gli sforzi seri a favore della pace”, aggiungendo che da una lettura preliminare emerge una consistente violazione dei diritti legittimi dei palestinesi. Si affida a Twitter la guida suprema iraniana Ali Khamenei, richiamando un suo precedente discorso in proposito del luglio 2018: per Khamenei la questione della Palestina non verrà mai dimenticata precisando che la nazione palestinese e tutte le nazioni musulmane si schiereranno e non permetteranno che il cosiddetto Accordo del Secolo venga realizzato. Si unisce al fronte del rifiuto anche la Turchia di Erdogan: “ Gerusalemme è sacra per i musulmani” ha tuonato il leader. Il piano di Donald Trump che mira ad affidare Gerusalemme a Israele è assolutamente inaccettabile per il governo turco poiché ignorerebbe i diritti dei palestinesi e mira a legittimare l’occupazione israeliana. “Non servirà né alla pace né alla ricerca di una soluzione” al conflitto, ha aggiunto Erdogan. Insorgono con forza, soprattutto, i campi profughi dei palestinesi in Libano con uno sciopero generale con scuole e negozi chiusi, incluso il più grande campo palestinese, Ain al-Hilweh, nella zona meridionale di Sidone. Dal Libano parole dure anche da Hezbollah che etichetta il piano come “accordo della vergogna” che avrebbe conseguenze negative sul futuro della regione, realizzato con la “complicità e il tradimento” di diversi stati arabi. Anche il governo giordano rompe il silenzio e critica il piano. Il ministro degli Esteri Ayman Safadi ha dichiarato in una nota pubblicata dal Jordan Times che “gli interessi nazionali della Giordania e le sue posizioni e principi sono fermi nei confronti della questione palestinese e governano il modo in cui il governo tratta tutte le proposte e le iniziative volte a risolvere il conflitto”.

Safadi ha ribadito il sostegno del suo paese a uno stato palestinese indipendente ai confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale basata sulla soluzione a due stati, unico modo per raggiungere la pace a lungo termine. Ha anche messo in guardia contro le conseguenze di misure unilaterali israeliane, come l’annessione di terre palestinesi, la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani illegali nei territori occupati e invasioni nei siti sacri di Gerusalemme, che mirano a imporre nuove realtà. La Giordania, infatti, ha sempre sostenuto nella persona di re Abdallah la two states solution. Dall’Arabia saudita, una risposta morigerata: il piano differisce dalla precedente politica degli Stati Uniti e da un’iniziativa approvata dalla Lega Araba del 2002 che offriva a Israele normali relazioni in cambio di uno stato palestinese indipendente e il completo ritiro israeliano dai territori nel 1967. Il ministero degli Esteri saudita ha espresso apprezzamento per gli sforzi di Trump e il sostegno ai negoziati di pace diretti sotto gli auspici statunitensi. Allo stesso tempo, i media statali hanno riferito che re Salman ha raggiunto telefonicamente il presidente palestinese per rassicurarlo sul costante impegno di Riyadh per la causa palestinese.

Voci fuori dal coro

L’Egitto e la Giordania, che hanno già accordi di pace con Israele, così come il Bahrein, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti oscillano e temporeggiano tra la speranza di riavviare i colloqui e la cautela contro l’abbandono di posizioni di lunga data. Nonostante il rifiuto da parte dei palestinesi del piano, tre stati arabi del Golfo – Oman, Bahrein e Emirati Arabi Uniti – hanno partecipato alla riunione della Casa Bianca in segno di cambiamento. In un mondo arabo amaramente diviso, il sostegno ai palestinesi è stato a lungo visto come una posizione unificante, ma spesso anche una fonte di recriminazioni interne sull’entità di tale sostegno, soprattutto perché alcuni stati hanno optato spesso per aperture indipendenti e realiste all’avversario Israele. Trump e Netanyahu hanno elogiato gli ambasciatori degli Emirati Arabi Uniti, del Bahrein e dell’Oman per aver partecipato all’annuncio della Casa Bianca. Sulla stessa linea gli Emirati Arabi: Yousef al-Otaiba, ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, ha dichiarato che il piano offre un importante punto di partenza per un ritorno dei negoziati all’interno di un quadro internazionale guidato dagli Stati Uniti. Dal Qatar accolti con favore tutti gli sforzi volti a una pace di lunga durata e giusta nei territori palestinesi occupati e apprezzati anche gli “sforzi del presidente Trump e dell’attuale amministrazione statunitense di trovare soluzioni al conflitto israelo-palestinese”. Ma da Doha si invitano anche le parti a tenere negoziati diretti. Tuttavia, a differenza dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, la dichiarazione del Qatar richiede anche uno stato palestinese “entro i confini del 1967, compresa Gerusalemme est”, nonché il diritto al ritorno.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.