Dal 2011, anno della deposizione di Gheddafi, ci si è chiesti spesso quale posizione ha preso l’Italia all’interno della crisi libica e come il nostro Paese ha sopperito alla strategica sconfitta derivante dall’abbattimento di un regime molto vicino a Roma politicamente ed economicamente; con il dissolvimento dello Stato libico e l’instaurazione di una latente guerra civile tra le diverse tribù e fazioni all’interno dell’ex colonia, l’Italia assieme a tutte le altre cancellerie occidentali ha dovuto scegliere su quale attore puntare e quali pedine muovere per assicurare i propri interessi in seno alla lotta per la spartizione dell’immensa torta libica. La situazione sul campo ha vissuto un’importante svolta nel 2016, quando il conflitto interno alla Libia è divenuto un confronto tra un governo voluto ed imposto dall’Onu, quale quello di Al Serraj, ed uno invece che si richiama al parlamento eletto nel 2014 con sede a Tobruk, il cui massimo rappresentante militare è il generale Haftar; Roma, al fianco degli Usa, ha sostenuto da subito il primo esecutivo ma non sono mancati distinguo e perplessità: Al Serraj non ha un esercito, non ha il controllo nemmeno della capitale e negli ultimi mesi non sono rimaste isolate le voci che parlano di primi contatti tra le nostre forze di sicurezza e quelle di Haftar.

Le ‘Brigate della difesa di Bengasi’ al fianco delle forze fedeli ad Al Serraj

Che il posizionamento ufficialmente al fianco di Al Serraj per l’Italia ma, in generale, per l’occidente fosse scomodo era già un qualcosa di ampiamente risaputo: come detto prima, l’attuale premier voluto dall’Onu non ha controllo del territorio e, soprattutto, non può fare affidamento su alcuna forza militare e su un vero e proprio esercito e le operazioni svolte sotto le insegne del suo governo sono state compiute dalle milizie di Misurata, le stesse che hanno trucidato Gheddafi a Sirte il 20 ottobre 2011. In funzione anti Isis, quando il califfato era stanziato sulle coste proprio della città natale dell’ex rais, la tribù di Misurata è stata addestrata ed armata anche dal nostro paese mentre però, da quella Cirenaica sempre più controllata da Haftar, emergeva l’avanzata delle forze fedeli a Tobruck equipaggiate ed organizzate come un vero e proprio esercito; da qui i primi dubbi italiani sull’incondizionato appoggio ad Al Serraj, vista la maggiore vulnerabilità delle forze di Misurata ed i dubbi sul loro posizionamento all’interno di uno scacchiere libico sempre in evoluzione.

Ma oggi le perplessità sull’alleanza con l’attuale governo stanziato a Tripoli ed insediatosi all’interno di una nave nel porto della capitale per via dei problemi di sicurezza, aumentano maggiormente per l’eventualità della presenza di una forza islamista e di ispirazione qaedista all’interno del fronte militare guidato dalle milizie di Misurata; il riferimento è alle ‘Brigate della difesa di Bengasi’, formazione jihadista nata coadiuvando anche elementi del cosiddetto ‘consiglio della Shura’ e tra le responsabili della diffusione dell’islamismo in Cirenaica. La svolta in tal senso è arrivata lo scorso 24 giugno quando, in un comunicato diffuso proprio dai canali vicino alla brigata, si è affermata la volontà di sciogliere la milizia e mettere a disposizione i combattenti per farli aderire alla cosiddetta ‘Terza Forza’, ossia la coalizione militare comandata dalla tribù di Misurata che a sua volta corrisponde al braccio armato di Al Serraj.

Con Bengasi oramai interamente controllata da Haftar, il quale ha posto fine all’assedio islamista durato ben tre anni, le Brigate sono state respinte più a sud dove però nei mesi scorsi hanno perso il controllo anche della base di Al Jufra; è soprattutto per queste sconfitte rimediate sul campo che i vertici della milizia islamista avrebbero deciso di aderire in toto alle forze di Misurata, ma adesso si rischia un grave imbarazzo tra chi appoggia Al Serraj: le Brigate per la difesa di Bengasi infatti, come detto, sono un gruppo islamista appoggiato dal Qatar tanto da essere inserito nella lista nera saudita ed emiratina non appena è esplosa la crisi diplomatica tutta interna alla penisola arabica tra Riyadh e Doha. In poche parole, anche l’Italia rischia di sostenere un esecutivo libico che oltre a non avere controllo del territorio usa, come braccio armato, una composizione di milizie al cui interno potrebbero ben presto entrare anche forze islamiste.

La collaborazione tra le milizie di Misurata e le Brigate di Bengasi

Da Misurata non sono al momento arrivate risposte al comunicato del 24 giugno, al momento è da registrare soltanto una dichiarazione delle milizie vicine ad Al Serraj in cui è stato sconsigliato alle Brigate di Bengasi di ripiegare sulla loro città per evitare ulteriori scontri con Haftar; ma a prescindere se l’alleanza tra i due gruppi verrà o meno siglata, è da registrare come comunque è già da diversi mesi che vi è tra essi un’intesa collaborazione sotto le insegne dell’esecutivo voluto dall’ONU ed appoggiato da Usa ed Italia. Nel mese di marzo, ad esempio, alcuni comunicati parlavano di un’azione compiuta da ‘forze islamiste’ contro i terminal petroliferi di Ras Lanuf, non lontani da Sirte; quegli assalti sono stati compiuti dalle Brigate per la difesa di Bengasi le quali, subito dopo aver strappato quei territori ad Haftar, hanno consegnato i terminal alle milizie di Misurata. Ufficialmente Al Serraj ha condannato l’azione compiuta dalle Brigate ma, di fatto, esse hanno lavorato al servizio della tribù di Misurata ed in tal modo ha potuto controllare alcune delle più strategiche infrastrutture costiere.  

E’ stato quindi palese, già allora, che il governo di Al Serraj si è servito delle incursioni delle milizie islamiste per espandere il proprio controllo e consolidare il proprio precario potere; pochi giorni dopo però, l’esercito di Haftar ha ripreso Ras Lanuf e si è spinto alle porte del confine tra Tripolitania e Cirenaica. Ma un eventuale appoggio diretto degli ex combattenti qaedisti di Bengasi ad Al Serraj, rimescolerebbe per intero le carte delle alleanze in Libia; come detto, la brigata è da anni finanziata dal Qatar, il quale però finanzia anche la formazione ‘Alba Libica’, ossia la formazione vicina ai Fratelli Musulmani con a capo Gwell, a capo di un esecutivo tripolino fino al 2016 e primo nemico di Al Serraj nella capitale come dimostrano gli svariati tentativi di golpe portati avanti dal suo gruppo negli ultimi mesi. Più in generale però, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, è bene chiedersi ancora una volta chi si sta finanziando e con chi si sta cercando di ricostruire l’intricato mosaico libico: il 7 e l’8 luglio, ad Agrigento, si terrà il primo forum tra Italia e Libia dalla caduta di Gheddafi e, di fatto, ad interloquire con il nostro governo nella città siciliana saranno i rappresentanti di un esecutivo che si appoggia a milizie pronte a tutto pur di prendere il potere ed a brigate di chiara ispirazione jihadista ed islamista.

La situazione a Bengasi

Intanto nel capoluogo della Cirenaica, la situazione appare in profonda e veloce evoluzione: il generale Haftar, proprio nello scorse ore, ha annunciato la totale liberazione della città dalle forze terroristiche dopo aver espugnato anche gli ultimi quartieri in cui i jihadisti erano rimasti asserragliati. E’ quindi terminata dopo tre anni la cosiddetta ‘operazione dignità’, lanciata dallo stesso generale nel tentativo di estirpare qaedisti e membri dell’ISIS dalla Cirenaica e soprattutto da una Bengasi caduta nel 2014 nel controllo di forze islamiste; l’Italia, dal canto suo, inizia ad assumere un atteggiamento di maggiore apertura nei confronti di Haftar: “Dopo un anno di inconcludente governo di Al Serraj, si corre dunque ai ripari”, ha scritto nei giorni scorsi Alberto Negri sul Sole24Ore commentando la missione lampo di Angelino Alfano a Tripoli dello scorso maggio, l’impressione è forse che proprio attorno alla figura che guida le forze di Tobruk potrebbero concentrarsi anche quegli attori internazionali fino ad oggi scettici su un’alleanza con il generale della Cirenaica.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.