La guerra in Ucraina ha compattato fino a questo momento il blocco euro-atlantico. L’invasione ha sancito infatti una netta frattura nei rapporti tra la Russia e l’Europa, ma ha anche rafforzato in senso politico e strategico un’Alleanza Atlantica che appariva fortemente indebolita dopo la catastrofica immagine della ritirata da Kabul. Tuttavia, questa unità di intenti tra le due sponde dell’Atlantico ha una crepa che rischia di essere particolarmente decisiva nei rapporti interni all’Occidente: le sanzioni a Mosca. Perché se Ue, Stati membri e Stati Uniti hanno trovato la quadra sui principali pacchetti di sanzioni varati fino a questo momento, ora che il nodo iniziano a essere davvero petrolio e gas l’affare si complica. La convergenza delle varie cancellerie europee e americane latita, e molti Paesi del Vecchio Continente iniziano a chiedere maggiori garanzie o provano a smarcarsi.

In una nota congiunta di Casa Bianca e Palazzo Chigi si legge che nel bilaterale di ieri a Washington il presidente americano Joe Biden e il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi “hanno sottolineato il loro continuo impegno nel perseguire la pace sostenendo l’Ucraina e imponendo costi alla Russia”. Una frase che indica che c’è disponibilità ad aumentare la pressione economica sul Cremlino valutando nuove sanzioni. Ad aprile, il Financial Times aveva riferito di un ruolo attivo proprio del premier italiano nella definizione delle misure contro Mosca. Mentre il Corriere della Sera ha parlato di una serrata trattativa per il nuovo pacchetto legato al petrolio tra le idee dell’amministrazione Usa e il governo francese. La Commissione europea, dal canto suo, aveva già avviato l’iter per un insieme di provvedimenti che prevedevano un primo blocco all’importazione di petrolio russo. Ma fino a questo momento, il sesto pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia non è ancora stato approvato, con l’Europa che appare in pieno stallo.

Oggi, come scrivono le agenzie di stampa, non si terrà nemmeno la videoconferenza per provare a sbloccare l’impasse dei negoziati. Fonti europee dicono che “il lavoro continua per trovare soluzioni a tutte le questioni sollevate, una volta trovate saranno discusse in una videoconferenza, la cui tempistica resta da confermare”. Ma intanto questa mattina è arrivata un’ulteriore doccia gelata da parte dell’Ungheria, da dove il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, con un video su Facebook ha confermato che Budapest si opporrà a qualsiasi misura che coinvolga l’importazione attraverso gli oleodotti. Linea che segue un altro video in cui dichiarava che “questo pacchetto di sanzioni distruggerebbe la nostra sicurezza energetica”, come del resto sostenuto da Viktor Orban.

La mossa ungherese non è che quella più plateale: in realtà, dietro le quinte, è chiaro che queste nuove misure contro Mosca stiano dividendo eccome l’Unione europea, dovendo fare i conti con evidenti disparità di interessi strategici tra i diversi membri. La Germania ha da tempo mostrato più di un dubbio sul perseguire una linea oltranzista nei confronti del Cremlino, pur condannando l’invasione e rifornendo di armi Kiev. La Francia ha posto il problema, specialmente con la rielezione di Emmanuel Macron, di non essere eccessivamente aderenti sulle posizione atlantiste. E non a caso proprio il presidente francese ha voluto rilanciare in queste ore l’idea di non “umiliare Mosca” come avvertimento nei confronti anche dei Paesi membri di Ue e Nato. Inoltre, ci sono problemi anche per quanto riguarda Paesi meno coinvolti mediaticamente ma con interessi molto rilevanti nel commercio del petrolio e del gas russo. La Grecia, per esempio, secondo diversi analisti, è uno dei Paesi che risentirebbe in modo più pesante del blocco al traffico petrolifero via mare, poiché la flotta mercantile ellenica ha rapporto molto stretti con i giganti degli idrocarburi russi. Un’inchiesta del tedesco Die Welt ha messo in luce, sfruttando i report della britannica Lloyd’s List, le azioni della marineria greca per aiutare la Russia a esportare petrolio dopo il blocco alle navi nei porti europei. Una scelta, del tutto legittime, che è stata seguita anche dagli armatori ciprioti e maltesi, ma che ha fatto intendere come i governi di questi Paesi mediterranei debbano anche rendere conto a questa potente lobby che incide sensibilmente sulle loro economie.

Il segnale, dunque, è che in questa fase della guerra in Ucraina e del confronto diplomatico tra Occidente e Russia si rischia uno stallo generale. La guerra, come sottolineato da diversi osservatori, potrebbe durare per diversi mesi. Qualcuno, già nelle scorse settimane, ha ipotizzato anche fino al 2023. Il prolungamento del conflitto può certamente indebolire il Cremlino, desideroso di evitare una logorante guerra ai propri confini, ma fino a questo momento l’export di gas e petrolio non solo all’Europa ma anche ai partner asiatici ha continuato a riversare denaro nelle casse moscovite. Diverso invece il caso dell’Europa: più passa il tempo, più molti Paesi inizieranno a sostenere la linea della normalizzazione, per evitare che le ricadute economiche vadano a colpire soprattutto il continente. Da parte di Stati Uniti, Nato e Regno Unito c’è il desiderio di perseguire la linea dell’intransigenza contro la Russia. Ma gli interessi dei singoli Paesi, alla lunga, rischiano di evidenziare una forte divisione interna. E l’asse franco-tedesco, in questa fase, potrebbe tentare un colpo di coda proprio per frenare quello che Macron e Olaf Scholz considerano un eccessivo vento atlantista.

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