Il presidente Michel Aoun “è ancora in attesa di spiegazioni da parte di Saad Hariri, dal momento che è ancora impossibile contattarlo, anche perché il suo destino resta ignoto”. È quanto ha riferito una fonte prossima al presidente della Repubblica libanese a Yara Abi Akl, cronista del giornale libanese Orient le Jour.

Un cenno riportato in un articolo dal titolo più che significativo, “tutti attendono Saad Hariri”, che racconta più di tante parole il nodo sul quale si sta giocando in questo momento il destino del Medio Oriente. Il presidente del Consiglio libanese si è dimesso dalla sua carica sabato scorso. Una decisione che resta un “enigma”, come ha scritto, sempre sull’Orient le jour, Scarlett Haddad. 

Hariri, infatti, ha dato l’annuncio mentre si trovava lontano dalla patria, in Arabia Saudita, Paese di riferimento suo e della sua forza politica, dal momento che il movimento il Futuro rappresenta le istanze dei sunniti libanesi.

Hezbollah starebbe preparando un attentato contro la sua persona: questa la drammatica motivazione delle sue dimissioni. Come accaduto al padre Rafiq, figura determinante della politica libanese, che fu ucciso nel 2005. Un assassinio che tanti imputano a Hezbollah anche se il Tribunale internazionale istituito ad hoc non ha ancora dato un responso.

La spiegazione del primo ministro libanese pare non abbia fatto molto presa in patria. Perché non c’è alcun motivo per cui Hezbollah debba attentare alla vita del premier, dal momento che la nascita del suo governo era frutto di un compromesso più che vantaggioso per il movimento sciita (peraltro, sostenendolo, aveva allontanato da sé, almeno in parte, le ombre legate a quell’omicidio).

A smentire la preparazione di tale attentato è stato anche l’esercito libanese, attraverso un comunicato ufficiale. Non solo: la ricostruzione dei suoi ultimi giorni in patria non ha dato adito a sospetti di sorta: era molto attivo e non aveva detto alcunché ai suoi collaboratori.

Inoltre aveva fissato diversi appuntamenti ufficiali per la settimana successiva, segno che contava di tornare in fretta e senza problemi dal suo viaggio in terra saudita. 

Anche l’annuncio televisivo ha destato più di qualche perplessità. Le persone a lui prossime hanno fatto notare che “l’ambiente che lo circondava al momento della sua dichiarazione televisiva non era quello della sua residenza” di Ryad. Inoltre “la dichiarazione che aveva letto non era scritta da lui o dai suoi abituali assistenti” (vedi Piccolenote).

Dubbi suscita anche il fatto che non faccia ritorno in patria nonostante sia atteso con trepidazione. Tanto che il governo libanese ha accusato l’Arabia Saudita di trattenerlo contro la sua volontà.

Allo stesso modo sono tanti, non solo in patria, a sostenere che il suo annuncio è frutto delle pressioni del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, desideroso di rilanciare, attraverso un confronto con Hezbollah, la sua sfida all’Iran, che ad oggi lo vede perdente.

Teheran, infatti, è uscita vincitrice dal caos mediorientale di questi anni, scatenato dalle milizie jihadiste (tra cui l’Isis e al Qaeda) in Iraq e Siria: il suo alleato Assad non è caduto, anzi, e l’Iraq si ritrova alleato dell’Iran, dopo decenni di distanze.
Lo stesso Hezbollah si è rafforzato: non solo oggi controlla parte del territorio siriano, strappato all’Isis, ma anche in patria gode di un consenso senza precedenti, avendo sostenuto l’esercito regolare nella campagna per scacciare l’Isis dalla regione di Qalamoun, che l’Agenzia del Terrore controllava da anni suscitando non pochi timori nel Paese dei cedri.

Timori che ora riprendono vigore dopo le dimissioni di Hariri. Le autorità invitano alla calma e il governo per ora non è caduto, stante le forme indebite delle dimissioni del premier. Ma spira un vento di tempesta.

L’Arabia Saudita ha invitato i suoi concittadini a lasciare “immediatamente” il Paese dei cedri, dando l’impressione di voler accelerare la crisi. Ciò accade proprio nel giorno in cui l’esercito di Damasco conquista Abukamal, ultimo bastione dell’Isis in Siria, congiungendosi alla frontiera con le truppe di Baghdad.

È appunto questo il catalizzatore del conflitto in corso: la mezzaluna sciita è ormai una realtà. L’area sotto l’influenza sciita, infatti, ormai va da Teheran al Mediterraneo, passando via Iraq e Siria. Uno sviluppo che Ryad, i suoi alleati del Golfo e Tel Aviv vedono come una minaccia esistenziale. 

Dopo decenni di conflitti mediorientali, nei quali Ryad, per interposte milizie sunnite, ha sognato di poter estendere la sua influenza in Iraq, Siria e Libano, insidiando le stesse frontiere iraniane, i sauditi scoprono di aver perso la guerra. Non ci stanno. E intendono lanciare la controffensiva.

Da qui le purghe interne al Regno saudita di questi giorni, con le quali il principe ereditario bin Salman ha fatto fuori i suoi avversari, consolidando la sua presa sul Paese e incamerando i loro cospicui fondi, necessari per sostenere una nuova guerra (le milizie jihadiste costano).

La controffensiva dovrebbe prendere inizio con una campagna contro Hezbollah, questo sembra il significato del caso Hariri. Detto questo, occorre capire cosa farà Israele, che potrebbe reputare controproducente un proprio impegno diretto a sostegno di Ryad.

E se davvero i sauditi vorranno riaprire il conflitto contro l’Iran dopo tanti rovesci. Il rischio di una reiterazione è grande. E la monarchia del Golfo non può sopportare un’altra sconfitta. Collasserebbe.

Infine, resta da capire se il mondo può permettersi di correre il rischio di un nuovo incendio in Medio Oriente, che potrebbe dilatarsi e dilagare a livello globale. 

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