Sono sopravvissuti a guerre, rivoluzioni e spinte dall’esterno. Ma nei prossimi anni i Paesi del Medio Oriente si troveranno a fare i conti con alcuni sommovimenti che potrebbero davvero mettere in pericolo la stabilità della regione. Non si tratta di nuove Primavere arabe o interventi di attori stranieri sul suolo: ciò che sconvolgerà la politica mediorientale e le sue relazioni è un naturale cambio generazionale

Il sistema politico fortemente personalizzato e gestito al riparo, all’interno dei palazzi del potere, rende incerto il futuro della regione. La partita delle successioni si giocherà entro i prossimi cinque anni e il volto del Medio Oriente potrebbe uscirne completamente rivoluzionato. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman. Questi i Paesi interessati a diversi piani di riforme interne e a delicati cambiamenti generazionali, identificati da Ispi.

 

Arabia Saudita

In Arabia Saudita la successione è già stata delineata. Dal giugno 2017, Mohammed bin Salman (MbS) è diventato l’erede al trono, ribaltando le regole tradizionali di successione della monarchia secondo le quali i principi ereditari sono sempre stati scelti tra i figli del fondatore del regno. All’82enne re Salman sarebbe dovuto succedere il nipote, il 57enne Mohammad bin Nayef, sostituto in una notte di inizio estate dal giovane e ambizioso figlio del monarca. Descritto dai media internazionali come una sorta di giovane eroe anti-establishment, MbS è passato subito all’azione per rendere più forte la sua posizione sia all’interno che all’estero del Paese. Dalla retata anticorruzione che ha colpito diversi oppositori e avversari, alla stretta nei confronti del Qatar, passando politica sempre più aggressiva in Yemen. 

Queste sono solo alcune delle mosse attuate dal 33enne per consolidare il suo potere. Ma il principe è noto soprattutto per essere l’artefice di Vision 2030, il più importante piano di riforme della storia dell’Arabia Saudita per rendere il Paese indipendente dal petrolio di cui è il più grande esportatore al mondo. È in questa cornice che il regno ha dato il via a una modernizzazione che sta investendo grandi settori della società e facendo storcere il naso a molti. MbS sta costruendo il suo potere non senza scontentare gli ambienti sauditi più conservatori e creare un clima di instabilità nel regno. 

Emirati Arabi Uniti

Colpito da un ictus nel 2014, il 70enne presidente ed emiro di Abu Dhabi, lo sceicco Khalifa bin Zayed al-Nahyan, potrebbe presto lasciare il potere. Rare le apparizioni in pubblico dello sceicco che negli anni ha lasciato sempre più carta bianca al figlio 57enne Mohammed bin Zayed al-Nahyan. Come riporta Ispi, la successione sembra vicina, ma rischia di creare una forte instabilità nel Paese e in tutta la regione. Negli ultimi anni, gli Emirati si sono avvicinati molto all’Arabia Saudita, alleata, ad esempio, nella guerra in Yemen e contro il Qatar. Un’amicizia tra due potenti attori che potrebbe rafforzarsi ulteriormente e potare a decisioni avventate per l’intera penisola araba. 

Kuwait

Anche il Kuwait si prepara al cambiamento e ciò che si teme di più è che l’ascesa di un nuovo leader stravolga il ruolo politico del Paese. Da sempre mediatore nelle controversie tra le grandi potenze del Medio Oriente, il mini-Stato è ora in prima linea per cercare una soluzione alla crisi diplomatica in corso tra Doha e la coalizione a guida saudita. La successione sarà fondamentale per determinare il futuro del Paese. A contendersi il potere sono l’81enne Nawaf Ahmad al-Sabah, principe ereditario più anziano al mondo, e il 70enne Nasser bin Sabah al-Ahmed al-Sabah, vice primo ministro. I due, rispettivamente fratellastro e figlio dell’attuale emiro 89enne, si stanno preparando a ricevere la nomina e a delineare le loro politiche: sul tavolo c’è la Vision 2035, il piano di riforme economiche e sociali elaborato nel 2010 e già bloccato dall’Assemblea nazionale. A Kuwait City ci si aspetta una successione verticale, ossia da padre a figlio, dato che dal 2006 è saltata la regola dell’alternanza fra i due rami degli al-Sabah. Questo però potrebbe aprire a una faida familiare.

Oman

Si intreccia al piano di riforma socio-economica anche la delicata successione in Oman. Il 76enne sultano Qabus bin Said al-Said, al potere da quasi cinquant’anni, è gravemente malato dal 2014 e non ha alcun erede in linea diretta. Il passaggio è affidato a due lettere sigillate che contengono il nome del successore e verranno aperte solamene dopo la morte del sultano, nel caso in cui il Consiglio della famiglia reale non trovi di comune accordo l’erede. I nomi più probabili per il post-Qabus sono quelli del 64enne Asaad bin Tariq, vice-primo ministro e rappresentante speciale del Sultano, e del figlio 38enne Taimur bin Tariq, capo della seconda banca islamica del Paese. Chiunque sarà il successore si troverà a gestire la strategia quinquennale di riforma (Tanfeedh), lanciata nel 2016, progettare una Vision 2040 per il Paese e continuare una politica estera di neutralità. 

La partita delle successioni al trono si intreccia con grandi piani di riforme che interessano ogni Paese della regione. Che si tratti di passaggi di potere naturali o di nuovi attori che entrano in scena, nei prossimi tre-cinque anni in Medio Oriente si assisterà a cambiamenti che potrebbero essere radicali e portare a nuovi equilibri. Come spiega Ispi, nei contesti politici mediorientali nei quali il leader si identifica totalmente con lo Stato, la metamorfosi ai vertici rappresenta una sfida sia per la tenuta dei sistemi stessi che per la stabilità dell’intera area. Con ripercussioni anche a livello mondiale. 

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