Sulla missione Sophia e su quella che ne prenderà il posto, vige ancora una certa confusione. Come si sa, lunedì scorso il consiglio dei ministri degli esteri dell’Ue ha accantonato definitivamente l’operazione nata nel 2015, denominata formalmente EuNavForMed, per lasciare spazio ad una nuova missione di cui però non si conosce ancora il nome. E di cui, per la verità, ancora non sono stati stabiliti i dettagli più importanti, a partire dal mandato e dalle regole di ingaggio. E soprattutto, di cui ancora non è stato stabilito il comando, una circostanza questa che potrebbe aprire non poche dispute politiche. La nuova operazione ha ufficialmente l’intento di sorvegliare il mare antistante la Libia e, in special modo, lo specchio d’acqua di fronte la parte est del paese. Il tutto con la finalità di far rispettare l’embargo sulle armi.

Il passaggio di testimone ad un mese dalla fine della missione Sophia

EuNavForMed è sempre stata a comando italiano e la sede si è sempre trovata a Roma, dando dunque all’Italia l’onore e l’onere di curarne gli aspetti più significativi. A comandare la missione è stato, già dall’inizio, Enrico Credendino. A poche settimane dalla fine della missione Sophia, si è assistito ad un passaggio di testimone: al posto di Enrico Credendino, è subentrato il vice ammiraglio Fabio Agostini. L’ufficialità è arrivata venerdì, con una cerimonia di insediamento tenuta a Roma in cui il nuovo comandante ha preso il testimone del suo predecessore.

E adesso ci si chiede il motivo del passaggio di consegne a pochi giorni dalla decisione di archiviare la missione. EuNavForMed cesserà di esistere il 20 marzo, da allora si avvieranno le operazioni propedeutiche all’avvio della nuova missione. Il vice ammiraglio Agostini resterà al timone solo per questo mese? Oppure l’avvicendamento è un modo per inserire l’Italia nella partita sul comando della prossima operazione?

A chi potrebbe andare il comando della nuova operazione

Come detto in precedenza, nessun dettaglio è stato deciso e di conseguenza a mancare è anche un accordo su chi andrà a dirigere la missione ancora senza nome. I tempi stringono ed i giochi appaiono quanto mai aperti, oltre che confusi. A Bruxelles c’è chi ritiene la Grecia pronta a muovere guerra politica all’Italia per rivendicare il diritto a comandare la nuova missione. Il governo di Atene, come confermato anche dal sito AfricaIntelligence, ritiene che essendo la missione principalmente orientata verso l’est della Libia, allora il comando spetterebbe al paese ellenico. E l’esecutivo di Kyriakos Mitsotakis starebbe cercando sponde a livello europeo per portare in Grecia la sede operativa della nuova missione.

Ma c’è chi, all’interno della diplomazia europea, ritiene la partita non circoscritta ad un derby tra Italia e Grecia. Anche la Spagna avrebbe avanzato pretese in tal senso, mentre in tanti evidenziano le possibilità della Francia di inserirsi prepotentemente nel novero dei paesi papabili. Nei giorni scorsi invece Umberto Profazio, analista presso il Nato Defence College Foundation, ad AgenziaNova ha reso dichiarazioni di senso opposto: “L’Italia ha ottime possibilità di essere al comando della futura missione europea”. Dal canto suo il governo di Roma, tramite il ministro degli esteri Luigi Di Maio, ha parlato di un’azione dell’esecutivo volta a rimarcare il ruolo del nostro paese nel Mediterraneo: “Noi faremo notare – ha dichiarato nei giorni scorsi il titolare della Farnesina rispondendo ad un’interrogazione della senatrice Isabella Rauti – che sia il quartier generale che il comando sono n Italia, non è un caso che la fase istruttoria sia stata delegata all’Italia, si continua a riconoscere il ruolo dell’Italia”. La vicenda, sotto il profilo politico, potrebbe assumere contorni non certo secondari.

“Ancora non sappiamo nulla”

La possibile disputa per il comando della missione però, è soltanto una delle tante incognite che aleggiano sulla nuova missione post Sophia. Negli ambienti della difesa sono emersi negli ultimi giorni malumori per come la situazione è stata gestita dai vertici dell’Unione europea e, in particolare, dalla diplomazia comunitaria: “Hanno pensato solo a discorsi di natura politica – tiene a far sapere una fonte della difesa – Senza però dare contenuti tecnici alla questione. Oggi nessuno sa le regole di ingaggio che ci saranno, nessuno sa cosa si andrà a fare a largo della Libia e come far rispettare l’embargo sulle armi. A poche settimane dall’inizio della nuova missione, non si sa ancora nulla”.

Malumori che rispecchiano del resto le impressioni già descritte poco dopo l’annuncio dell’avvio di una nuova operazione europea a largo della Libia. Poca chiarezza, ma soprattutto l’idea sempre più concreta che l’accordo trovato a Bruxelles nella giornata di lunedì costituisca una mera “vittoria di Pirro” per l’Europa. La quale, impossibilitata ad incidere sul dossier libico e rimasta ai margini delle dinamiche del conflitto in corso a Tripoli, ha provato a lanciare una nuova missione la cui utilità e funzionalità potrebbe essere la stessa, ampiamente fallimentare, della quasi archiviata operazione Sophia.

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