Lo scrutinio è ancora in corso in alcuni Stati, ma dal risultato delle elezioni di midterm negli Stati Uniti trapela un quadro impensabile prima dell’8 novembre: per i Repubblicani sarà una vittoria di Pirro. La destra Usa non ha sfondato, contrariamente a quanto sostenevano tutti i sondaggi. Un dubbio scorre però lo stesso nella testa di Joe Biden, adesso davanti a un dilemma: conviene davvero ricandidarsi per un secondo mandato se gli elettori hanno manifestato la volontà di non rivederlo in campo nel 2024? È quanto emerge dai vari exit poll condotti in America nella giornata elettorale.

Più di due terzi degli elettori dei candidati alla Camera non vorrebbero che il Presidente Joe Biden si ricandidasse tra due anni, secondo l’exit poll nazionale condotto da Edison Research per la Cnn e altri network di informazione. Più di 7 elettori indipendenti su 10 e circa 9 Repubblicani su 10 hanno dichiarato di non volere che Biden partecipi alla campagna presidenziale del 2024. Meno di 6 elettori democratici su 10 pensano che dovrebbe candidarsi, una percentuale esageratamente bassa.

Dunque cosa potrebbe succedere? Queste elezioni di metà mandato dimostrano che nulla è perso per i Democratici USA, ma il paradosso è che il voto al Congresso forse non ha riflettuto gli umori dell’opinione pubblica sulla presidenza Biden, responsabile – sempre secondo gli exit – della precaria condizione economica dei cittadini americani e dell’aumento vertiginoso dei prezzi.

Scenario 1: Biden annuncia di non ricandidarsi ed esce di scena

Di presidenti da un solo mandato ne è piena la storia americana. L’esempio più vicino nel tempo è quello di Donald Trump, ma prima di lui ben 26 Capi di Stato Usa non hanno più rivisto lo Studio Ovale. Nella maggior parte dei casi, gli inquilini della White House orfani di un secondo mandato sono stati sconfitti alle urne. Qualche volta, purtroppo, qualcuno è deceduto pochi giorni dopo l’insediamento. Altri hanno abbandonato la politica. Quest’ultima opzione potrebbe essere quella più congeniale a Biden, che il 20 novembre compirà 80 anni.

L’età sarà un fattore determinante nelle prossime scelte dell’ex senatore del Delaware: una seconda occasione potrebbe non ripresentarsi per una semplice questione anagrafica. Gli indici di gradimento di Joe Biden tra i Democratici non sono altissimi per un Presidente in carica. Ecco perché un passo indietro ora aiuterebbe prima di tutto il suo Partito.

Non servirebbe per forza una conferenza stampa: Biden potrebbe affidarsi a un mezzo comunicativo storicamente d’impatto, il solenne messaggio alla nazione. Motivando le ragioni della sua scelta, il Presidente americano potrebbe uscire in modo signorile e rispettoso dall’arena politica che frequenta da 50 anni e sottoporsi a una quantità inferiore di attacchi da parte dell’opposizione, ispirandosi a Lyndon Johnson, logorato dalla guerra in Vietnam negli anni ‘60. I Democratici aprirebbero così una specie di congresso, ripartendo subito con la stagione delle primarie.

Il presidente John F. Kennedy e il vice Lyndon B. Johnson (Foto: EPA/ABBIE ROWE / NATIONAL)

Ma Biden non è Calvin Coolidge, il Presidente Repubblicano che nel 1928 liquidò giornalisti e colleghi di partito con un foglietto di carta in cui scrisse: “Ho deciso di non ricandidarmi alle presidenziali nel 1928”. Non lo è perché i tempi sono diversi e perché le condizioni politiche non sono le stesse di 94 anni fa. Il partito al potere non gode di un consenso trasversale e forse ha bisogno di una rottura con gli schemi del passato per ritrovare un’identità per decenni contesa da moderati e progressisti, da chi guarda a destra, chi a sinistra e chi si trincera al centro.

Defilarsi ora potrebbe scatenare il caos tra i Democratici e un vuoto di leadership favorirebbe soltanto i Repubblicani. Ma stare all’opposizione non preclude un ritorno alla guida del Paese, come hanno dimostrato i 14 anni consecutivi di Reagan e Bush seguiti dai prosperosi anni ’90 di Bill Clinton.

Scenario 2: Biden annuncia di non ricandidarsi, ma nomina un delfino

Per allontanare (ma non evitare) una crisi all’interno del Partito, Joe Biden potrebbe designare un delfino, un successore in linea con le politiche della sua amministrazione. L’ex vice di Obama deve la vittoria alle primarie del 2020 ai ritiri di Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke, le cui rinunce furono fondamentali per compattare il fronte Biden. Buttigieg, attuale segretario ai Trasporti, sembrerebbe il candidato prediletto. Alcuni importanti donatori Democratici già nel 2021 avrebbero scaricato la Vicepresidente Harris per ripiegare sull’ex sindaco di South Bend, un segnale importante che potrebbe disvelare i rapporti di forza non solo dentro all’Amministrazione, ma anche nel Partito.

Kamala Harris
(Foto: EPA/Sean Rayford / POOL)
Pete Buttigieg
(Foto: EPA/JIM LO SCALZO)

Eppure, nei sondaggi Kamala Harris sarebbe la favorita. Le velleità presidenziali dell’ex senatrice della California non sono un mistero, avendo già partecipato alle ultime primarie con una disastrosa campagna elettorale interrotta prima dei caucus in Iowa. Alle sue spalle manca comunque un sostegno solido e omogeneo che forse solo Joe Biden potrebbe raccogliere in suo soccorso, qualora scegliesse lei per succedergli. Rispetto a Buttigieg, Harris rappresenterebbe ancora di più la continuità con un governo incapace di governare la forte instabilità dell’economia statunitense.

Il Segretario ai Trasporti, più astuto, si è tenuto fuori dal dibattito politico, occupandosi dell’attuazione della legge sulle infrastrutture votata anche dai Repubblicani al Congresso nel 2021. La mozione Buttigieg risponderebbe allora alle due prerogative dei Democratici nel 2024: continuità ma anche novità grazie a una figura dall’aria moderata e più spigliata della Vicepresidente Harris. Un altro che potrebbe tentare il grande salto è Gavin Newsom, il governatore della California, che punterebbe a uno scontro tutto tra governatori con il super favorito Ron DeSantis, frontrunner dei conservatori dopo la netta affermazione in Florida. Newsom avrebbe già acquistato degli spazi pubblicitari quantomeno sospetti in Stati che nulla hanno a che fare con la sua rielezione in California, come il Mississippi e il Texas. Toccherà anche a lui tra due anni?

Il governatore della Florida Ron DeSantis
(Foto: EPA/CAROLINE BREHMAN)
Il governatore della California Gavin Newsom (Foto EPA/CAROLINE BREHMAN)

Una candidatura di fastidio, tuttavia, è pronta a tendere l’agguato. L’ala più progressista potrebbe riunirsi attorno a un nuovo Bernie Sanders (anche lui troppo anziano per ritentare l’assalto alla Casa Bianca) oppure, peggio, dividersi appoggiando più candidati, ciascuno di essi impegnato a rivendicare una purezza ideologica che porterebbe il partito e gli elettori a detestarsi e a disertare le urne. Insomma, una riproposizione del 2016.

Scenario 3: Biden si ricandida

“Il motivo per cui non sto esprimendo un giudizio sulla candidatura ufficiale o meno è che, una volta espresso tale giudizio, entrerebbero in vigore tutta una serie di norme e devo essere – da quel momento in poi – trattato come un candidato. Non ho preso questa decisione ufficiale, ma è mia intenzione ricandidarmi. E abbiamo tempo per prendere questa decisione”. Queste sono le parole pronunciate da Joe Biden meno di un mese fa nel corso di un’intervista con l’emittente MSNBC. E se in fondo il Presidente restasse fedele alle sue parole?

Una ricandidatura di Biden, la quarta dal 1988, sarebbe plausibile se quanto detto e dichiarato dal primo momento fosse confermato dai fatti. Innanzitutto, dal successo alle elezioni di midterm, che numericamente sarà pure mancato, ma nella lotta delle aspettative c’è stato, avendo sorpreso esperti e sondaggisti, certi invece di una Red wave. La Casa Bianca era rimasta ottimista fino alla fine riguardo alle possibilità di vittoria nel 2022, rimanendo tuttavia consapevole di un sentimento generale di enorme frustrazione verso i Democratici che ha pervaso la nazione negli ultimi mesi.

Joe Biden nel giugno del 1987 quando lanciò la sua candidatura alla presidenza.
(Foto: Howard L. Sachs/CNP via ZUMA Wire)

Il sorpasso dei Repubblicani nel voto popolare, in passato ritenuta una prospettiva assai remota, non ha rivoluzionato gli equilibri nel Paese. L’America è rimasta al Never Trump, per questo motivo la ricandidatura di Biden è subordinata a quella del suo predecessore. In primo luogo perché, stando ai sondaggi, la partita sarebbe competitiva per tutti e due, con l’opportunità di ripetere il trionfo del 2020 anche nel 2024 in questi nuovi Stati in bilico, Georgia, Arizona e Nevada, che si sono cristallizzati nella politica americana. E poi perché la promessa di Biden di “vincere la battaglia per l’anima della nazione” andrebbe mantenuta. “I ran for President because I believed we were in a battle for the soul of this nation. I still believe that to be true.” ha detto il Presidente Usa in un discorso a Philadelphia lo scorso 1 settembre.

Neppure questo scenario, va detto, rappresenterebbe la strada meno perniciosa. La famosa “candidatura di fastidio” potrebbe essere lanciata da una fronda liberal delusa e inappagata da 4 anni di progressi esigui sul piano sociale. Un parallelo storico efficace ed eloquente potrebbe essere quello di Ted Kennedy nel 1980. Il senatore del Massachusetts, allora uno dei membri più di sinistra del suo Partito, si contrapponeva al Presidente Democratico uscente, Jimmy Carter, il quale aveva costruito una grande coalizione liberale sui diritti ma liberista in economia, capace di vincere nel Sud oggi egemonizzato dalla destra Repubblicana. Oltre alle divisioni, furono l’inflazione e la crisi degli ostaggi in Iran a rovinare la carriera politica di Jimmy Carter. 42 anni dopo, la medesima situazione economica e un insidioso contesto internazionale potrebbero sortire gli stessi effetti a Joe Biden.

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