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Xi Jinping, racconta chi conosce il presidente cinese, non fa altro che pensare al primo ottobre, giorno in cui la Repubblica popolare cinese celebrerà il 70esimo anniversario della sua fondazione. In vista di quell’occasione Pechino si vestirà a festa. La capitale dell’ex Impero di Mezzo sarà teatro della più grande parata militare della storia del paese, utile a mostrare al mondo il livello raggiunto dall’Esercito popolare di liberazione cinese. Stringere i muscoli è utile sia per impressionare gli Stati Uniti sia per chiedere alla comunità internazionale un posto di tutto rispetto nel gotha del nuovo ordine globale.

La Cina, in poche parole, ha bisogno di una certa legittimità e il Dragone ha intenzione di approfittare della festa di ottobre per chiederla di diritto. Va da sé che nelle intenzioni di Xi Jinping chiedere equivale a prendere senza bisogno di approvazione da parte di alcun soggetto politico. Insomma, nella testa di Xi tutto era pronto per il grande evento. Ma qualcosa potrebbe rovinare lo spettacolo. Xi Jinping è infatti alle prese con una serie di problemi che rischiano di compromettere la sua immagine e quella della Cina. Bloomberg ha apertamente parlato di “spine nel fianco”. E allora diamo uno sguardo a ogni singola spina per capire se il problema è risolvibile, come e a quale prezzo.

La guerra dei dazi

Prima di tutto c’è da considerare la guerra dei dazi. Lo scontro commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump è ancora lontano da un epilogo e va avanti seguendo lo stesso percorso delle montagne russe: alti, bassi, alti e ancora bassi. I tassi di crescita cinesi stanno rallentando uno dopo l’altro e, secondo gli esperti, lo faranno a un ritmo sempre più alto. Xi ha bisogno di un accordo commerciale, che rafforzerebbe la crescita del paese ma soprattutto offrirebbe al presidente cinese un argomento politico da sventolare in segno di vittoria di fronte al suo popolo. La risoluzione della controversa legata alle tariffe permetterebbe a Pechino di incamerare l’ossigeno necessario per affrontare gli altri problemi economici minori del paese. Il debito ha raggiunto vette pericolose, soprattutto per le fin troppo accomodanti decisioni delle amministrazioni locali, il sistema bancario scricchiola – colpa, in questo caso, di gestioni a dir poco allegre – e la bolla del mercato immobiliare minaccia di esplodere da un momento all’altro, mandando in frantumi il sogno cinese.

Hong Kong

Carrie Lam ha annunciato il ritiro definitivo della legge sull’estradizione ma i manifestanti continuano a riempire le strade per protestare contro la Cina e la sua continua ingerenza nella vita di Hong Kong. Se la situazione nell’ex colonia britannica dovesse protrarsi fino al primo ottobre, questo sarebbe un vero e proprio smacco per l’autorità di ferro di Xi Jinping. Accanto a Hong Kong, altri due territori minano alle fondamenta i piani geopolitici di Pechino.

Taiwan e Xinjiang

Nello Xinjiang il governo cinese ha attuato una politica di tolleranza zero per estirpare la piaga del terrorismo islamico, ma la comunità internazionale ha accusato la Cina di violare i diritti degli uiguri, la minoranza etnica locale. Taiwan è considerata una provincia ribelle e il fatto che nelle ultime settimane abbia stretto nuovi accordi militari con gli Stati Uniti ha fatto alzare il livello di guardia. Xi Jinping non è disposto ad allentare la presa nello Xinjiang e neppure di accettare più alcuna ingerenza americana nel cortile di casa.

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