Fin dalla discesa in campo nelle primarie del partito repubblicano Donald Trump si è caratterizzato come un politico ampiamente favorevole alla libera circolazione delle armi da fuoco negli Stati Uniti. La National Rifle Association (Nra), la potente lobby favorevole alle armi da fuoco, ha garantito il suo saldo endorsement alla campagna elettorale di Trump, contribuendo con decine di migliaia di voti al suo ingresso alla Casa Bianca.

Trump si è dichiarato un sostenitore dell’interpretazione letterale del Secondo emendamento della Costituzione statunitense: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere infranto”. 

La presenza di Trump alla convention nazionale dell’Nra, nello scorso mese di maggio, ha saldato ulteriormente questa granitica alleanza. “La mia amministrazione e i conservatori al Congresso sono stati eletti per difendere i vostri diritti”, ha detto il presidente di fronte a decine di migliaia di attivisti entusiasti. “Il Secondo emendamento (alla Costituzione americana) non sarà mai in pericolo finché sarò presidente”. Sfidando il movimento contro la libera circolazione delle armi nato a partire da diverse organizzazioni studentesche dopo la strage di Parkland dello scorso febbraio Trump ha indicato in un’ulteriore liberalizzazione, non in regolamenti più stretti, la via maestra per il rafforzamento della sicurezza.

In questo contesto, tuttavia, l’apertura della stagione della caccia negli Stati Uniti ha portato sotto i riflettori un dato curioso: dopo l’avvicendamento alla Casa Bianca tra Barack Obama e Donald Trump, il numero di armi da fuoco vendute negli Stati Uniti non è affatto aumentato ma, al contrario, è crollato nettamente. Ciò può apparire controintuitivo, ma analizzando le dinamiche politiche statunitensi non appare affatto contraddittorio.

Trump, un “amico” alla Casa Bianca che riduce le vendite di armi

Come riportato da Usa Todaysebbene non esistano statistiche che coprano le vendite di armi su base nazionale, i dati dell’Fbi raccolti sulla base di controlli incrociati di diverso tipo lasciano ipotizzare un calo negli acquisti dell’8,4% tra il 2016 e il 2017. Tra le aziende più colpite Remington, che per due mesi tra marzo e maggio ha rischiato seriamente la bancarotta definitiva, e Smith & Wesson, colpita da un crollo delle vendite da 903 a 606 milioni di dollari (-32%), come riportato dal Guardian.

Se nell’era Obama gli americani favorevoli alle armi percepivano come potenzialmente fattibile l’introduzione di regolamentazioni di vario tipo e, nei momenti in cui il tema tornava al centro dell’attenzione (specie dopo la lunga, cruenta serie di stragi degli ultimi anni dell’amministrazione), incrementavano gli acquisti di fucili e pistole, principalmente per la difesa personale, con Trump questa urgenza permanente è venuta meno.

Del resto, la Nra ha espanso il suo raggio d’azione e la sua esposizione proprio in una fase di percepita minaccia al suo core business. Secondo Justin Anderson, direttore dell’ufficio marketing di Hyatt Guns, azienda con sede a Charlotte, “Obama è stato il miglior venditore di armi della storia”. Fatto che testimonia la difficoltà di una politica di regolamentazione sulle armi negli Stati Uniti.

La sfida delle armi da Obama a Trump

La mancata approvazione di una legge sul controllo delle armi è stata una delle sconfitte più dure subite da Barack Obama nel corso della sua amministrazione. Nonostante la serie di ordini esecutivi introducenti controlli stringenti su determinate categorie di fucili e pistole, il Senato a maggioranza repubblicana respinse nel 2013 la proposta di una regolamentazione sulla vendita e la distribuzione di fucili d’assalto.

Come ricordato da Ben Garret su Thought Co, le uniche due leggi di emanazione congressuale firmate da Obama relative al tema delle armi, di fatto, ne estendevano l’uso permettendo ai cittadini statunitensi di portare armi da fuoco nei parchi nazionali e in bagagli registrati, in revisione di provvedimenti emanati nel corso delle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan e George W. Bush. Obama, sul tema del gun control, mancò del pragmatismo e della capacità di azione graduale che in altri ambiti legislativi furono premiati da successo, unendo troppe volte l’ondata emotiva alle politiche concrete.

E questo è ciò che, in certi periodi, ha dato alla Nra la possibilità di combattere una “guerra delle idee” ritenuta fondata nella stessa carta fondamentale della nazione statunitense. La lobby delle armi si è arricchita proprio perché investita di un ruolo direttamente politico in un contesto estremamente polarizzato. Venuta meno questa battaglia ideologica nell’era Trump, anche il business, in parallelo, è rifluito.

Questo anche perché, molto spesso, nel dibattito pubblico manca chiarezza: la sfida più grande, per gli Stati Uniti, non è tanto legata alla quantità di armi in circolazione, in ogni caso estremamente ampio, la cui distribuzione può essere condizionata dai mutamenti dei climi politici e dal contesto mediatico, quanto la loro effettiva tracciabilità. Portando la battaglia sul terreno più sfavorevole, Obama ha perso. Ma impegnandosi fino a fondo in contrasto al presidente anche la Nra, di fatto, ha visto venire meno uno dei suoi migliori punti di propaganda dopo la fine della sua amministrazione.

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