L’uscita dell’Iran dall’intesa nucleare in seguito alle recenti tensioni con gli Stati Uniti rappresenta un guaio bello grosso per l’Unione Europea. Il motivo è semplice: la reazione di Teheran all’uccisione per mano americana del generale iraniano Qassem Soleimani fa risaltare ancora di più le numerose divisioni che intercorrono tra i 28 Paesi membri dell’Ue. Il baricentro di Bruxelles oscilla infatti tra due estremi: da una parte c’è la schiera formata da coloro che intendono restare cecamente fedeli al Patto Atlantico, dall’altra quella di chi brancola nel buio della più totale indecisione. In altre parole, è mancata e manca una posizione chiara, unitaria e forte sul dossier Medio Oriente (e non solo). Sul campo ci sono semmai posizioni frammentate, e questa condizione è davvero poco utile per chi, come l’Europa, cerca un ruolo di mediazione tra le pretese di Washington e la sete di vendetta di Teheran. Gli unici Stati che in qualche modo hanno provato a compattare il fronte europeo per dare una risposta comunitaria alla questione mediorientale sono stati Francia e Germania. Gli altri sono rimasti paralizzati dalla paura di eventuali ritorsioni terroristiche, dal terrore di ricevere dazi americani o, come nel caso dell’Italia, dalla semplice incapacità di saper decidere il da farsi.

Una mediazione difficile

Venerdì i ministri degli Esteri europei si riuniranno a Bruxelles in una riunione d’emergenza. Il tavolo dovrà essere utilizzato al meglio per stendere un piano di moderazione che piaccia a tutti. Il problema è proprio questo: “un piano che piaccia a tutti”. È difficile dire su cosa possano mettersi d’accordo i vari ministri perché, hanno sottolineato voci diplomatiche, al momento manca sia la volontà reale di opporsi agli Stati Uniti quanto la forza di affrontare l’Iran. All’Europa piace agire adottando un metodo multilaterale, ma non sempre è possibile fare una cosa del genere. A tutto questo bisogna aggiungere l’ultima novità riguardante l’intesa nucleare iraniana, dal momento che Teheran ha annunciato di non voler più rispettare i limiti al numero di centrifughe utilizzate nel processo di arricchimento dell’uranio. Certo, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarig, è stato chiaro: la scelta dell’Iran è ancora reversibile. Resta tuttavia da capire se Bruxelles riuscirà a far rispettare le sue ragioni.

L’Europa marcia divisa

Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha provato ad accendere la luce esprimendo profonda preoccupazione per la mossa di Teheran sul nucleare. Dal canto loro, Parigi, Berlino e Londra hanno chiesto all’Iran di desistere, anche se il premier inglese, Boris Johnson, ha strizzato l’occhio a Trump facendo notare che in fin dei conti Soleimani era pur sempre “una minaccia per tutti” e che ha poco senso piangere per la sua morte. Nel frattempo la Nato ha sospeso l’addestramento delle truppe irachene in Iraq e ha invitato tutte le parti in causa a mantenere calma e moderazione. In ogni caso le anime dell’Europa continuano a marciare divise: il prossimo 11 gennaio la cancelliera Angela Merkel incontrerà il presidente russo Vladimir Putin mentre il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, ha intenzione di entrare in contatto con il presidente iraniano Hassan Rouhani. L’Italia? Non pervenuta.

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