L’Isis compie la sua peggiore strage in Egitto e massacra centinaia di fedeli in una moschea nel Sinai. Un commando di terroristi ha fatto esplodere una bomba all’interno dell’edificio e poi ha falciato la gente in fuga con le armi automatiche piazzate sui fuoristrada. L’obiettivo sembrano essere alcune famiglie delle forze di sicurezza, ma altre fonti dicono che la moschea era frequentata da credenti sufi, una corrente dell’islam odiata dai jihadisti. Il bilancio è salito a 184 notti e 125 feriti. Questo è il primo attacco di queste dimensioni contro una moschea, sebbene l’Isis abbia già attaccato molte chiese copte nel paese.

Questo nuovo attacco dimostra la capacità dell’Isis di espandersi in Egitto dopo le sconfitte in Siria e in Iraq. Oltre che nella sua roccaforte nel Sinai ora è anche in grado di colpire al sud de Il Cairo. Anche il 20 ottobre la polizia militare egiziana si è diretta nel deserto a 135 km a sud-ovest del Cairo, verso un nascondiglio terrorista, ma il convoglio è stato accolto da una raffica di colpi di arma da fuoco e razzi. Alcuni agenti hanno finito le munizioni e sono stati catturati e uccisi. Altri sono fuggiti e hanno passato ore persi nel deserto.

La risposta del governo, come sempre, è stata quella di insabbiare tutto. Il ministero degli interni è rimasto in silenzio per un giorno, poi ha detto che 16 uomini delle forze di sicurezza erano stati uccisi. Secondo altre fonti, il bilancio delle vittime era molto più alto, oltre 50 agenti.

L’operazione era diretta contro militanti del gruppo Hasm, fondato nel 2016, un’ala militare dei Fratelli musulmani passata alla guerriglia dopo la deposizione dell’ex presidente Mohammed Morsi nell’estate del 2013. Il gruppo ha condotto una serie di attacchi contro poliziotti e giudici al Cairo e nei dintorni. I Fratelli musulmani, per altro messi fuorilegge dal presidente Abdel Fatah Al-Sisi, però negano che Hasm sia legato alla loro organizzazione.

Secondo alcuni analisti militari britannici, Hasm è efficace soprattutto per gli attacchi nel deserto, ma non ha mai usato armi pesanti ed è improbabile che sia responsabile dell’attacco. Gli islamisti puntano più su azioni dimostrative e sostengono di aver fatto esplodere una bomba fuori dall’ambasciata del Myanmar il 30 settembre per protestare contro il trattamento riservato alla minoranza musulmana dei Rohingya.

Ma l’agguato invece è più probabile che sia dell’Isis, che si procura armi dalla vicina Libia. L’Isis attacca di continuo l’esercito egiziano, soprattutto nel Sinai, ad ottobre ha colpito una chiesa, uccidendo altri sei soldati. Dopo anni di tattiche sbagliate, l’esercito stava finalmente guadagnando terreno contro i jihadisti. Ma questo agguato e quello contro la moschea è stato devastante e la risposta confusa del governo mina ulteriormente la fiducia nel potere politico.

La reazione di Al Sisi però non si è fatta attendere. Una settimana dopo ha licenziato una dozzina di alti funzionari di polizia e, inaspettatamente, il capo dell’esercito, Mahmoud Hegazy. Hegazy è stato uno stretto alleato del presidente, che lo ha aiutato nella sua ascesa al potere. La coppia ha anche legami familiari: la figlia di Hegazy è sposata con uno dei figli del Sisi.

L’Egitto è in una situazione complicata. Anche a settembre almeno 18 poliziotti egiziani sono stati uccisi da un commando, vicino alla cittadina di Arish, il più importante centro nel nord della penisola del Sinai. Poco dopo la Wilaya Sinai dell’Isis ha rivendicato l’attacco sull’agenzia Aamaq.

Centinaia di soldati e poliziotti egiziani sono stati uccisi, combattendo l’insurrezione islamista nel Sinai che ha guadagnato terreno dalla metà del 2013, dopo la presa del potere da parte del generale Al-Sisi.

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