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Si è spento martedì scorso a 91 anni Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, il grande conciliatore, colui il quale “ha estinto incendi in patria e all’estero” come lo ha definito Al Jazeera. Ottimista, pragmatico e risoluto, è stato il principale mediatore tra le monarchie del Golfo nel caso del boicottaggio del Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Sotto la sua guida, il Kuwait ha agito da intermediario tra Pakistan e Bangladesh, Turchia e Bulgaria, Autorità Palestinese e Giordania, tra le fazioni nella guerra civile in Libano, Stati del Golfo e Iran. Classe 1929, lo sceicco Sabah è ampiamente riconosciuto come l’architetto della moderna politica estera del Kuwait, avendo servito come ministro degli Esteri per quasi 40 anni tra il 1963 e il 2003.

Il deus ex machina della politica estera kuwaitiana

Dopo l’indipendenza del Kuwait, Sheikh Sabah ottenne il dicastero degli Esteri nel 1963, mantenuto per quattro decenni, vivendo a pieno l’epoca d’oro dell’emirato: politica vivace, profitti petroliferi ai massimi livelli, ottimi standard di vita. È in questo humus politico che il futuro emiro ha plasmato la politica estera kuwaitiana in una sorta di “neutralità positiva” nel mezzo della Guerra fredda: è proprio in questa fase che gli strumenti economici e la ricchezza petrolifera del Paese si sono trasformati in strumento per stringere alleanze potenti, sfidare nemici e allargare il potenziale di ricatto internazionale del piccolo Stato.

Gli interventi e la mediazione risolutiva del futuro emiro si espressero in tutta la sua forza già negli Ottanta, nel mezzo del conflitto Iran-Iraq: Sabah, ad esempio, riuscì magistralmente a concludere accordi con americani e sovietici per garantire protezione alle navi vulnerabili nel Golfo. E ancora, nel 1981, fu determinante nella formazione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), l’organizzazione regionale che ha come obiettivo l’integrazione economica, militare, politica e sociale. Quasi dieci anni più tardi, dopo che le forze di Saddam Hussein invasero il Kuwait nell’agosto 1990, lo sceicco Sabah svolse un ruolo chiave nel governo del Kuwait in esilio (in Arabia Saudita), utilizzando i contatti presso le Nazioni Unite e all’estero per ottenere appoggio alla sua causa: una volta rientrato in patria, ha trascorso gli anni seguenti chiedendo a gran voce un risarcimento post bellico ed occupandosi del ritorno di detenuti, ostaggi e resti di kuwaitiani morti.

Gli anni da emiro

Nel 2006, alla veneranda età di 77 anni e dopo una serie di lotte intestine ed intrighi nella casa regnante, Sheikh Sabah si consacra come emiro del Kuwait, intervenendo spesso per sciogliere il Parlamento e rimescolare i gabinetti. Come nel marzo 2008, quando sciolse l’Assemblea nazionale per chiedere elezioni anticipate. In seguito alle proteste montate nel 2011, Sabah ha affrontato i giovani attivisti kuwaitiani scagliatisi contro la corruzione ed un sistema vetusto: appena un anno dopo, in una vera e propria faida tra Governo e Parlamento, scelse di sciogliere quest’ultimo. È nel 2014, però, ormai sul viale del tramonto, che Sabah riceve il plauso internazionale di fronte alle Nazioni Unite, un tempo luogo di alleanze preziose e scambi politici: l’allora segretario generale Ban Ki-moon elogiò la sua straordinaria generosità verso i siriani e gli iracheni conferendogli il premio delle Nazioni Unite per la “leadership umanitaria esemplare”.

Nel 2017 l’abilità di grande maestro concertatore del Golfo torna a ruggire nel bel mezzo della crisi che portò alla quasi rottura del Gcc, quando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti in primis tagliarono i rapporti con Doha, optando per il blocco verso il Qatar, accusandolo di sostenere terroristi e di coltivare un’intesa pericolosa con l’Iran. Lo sceicco Sabah ha ripetutamente cercato di mediare tra le parti, sul modello del diplomatico mediatore da Guerra Fredda, facendo la spola attraverso la regione e cercando l’intervento perfino della Casa Bianca. Ma il Golfo non è più quello degli anni d’oro e la crisi ha assunto anche le sfumature di uno scontro generazionale dove si sfidano vecchi sovrani e giovani principi.

Il cordoglio internazionale

I leader regionali sono stati primi a stringersi attorno al Kuwait, a testimonianza di un legame saldo e di un riconoscimento oggettivo del carisma di Sabah. “Abbiamo perso un grande fratello e un saggio leader che non ha risparmiato alcuno sforzo per l’unità araba “, ha scritto su Twitter il re Abdullah di Giordania mentre annunciava un periodo di lutto di 40 giorni nel regno a partire da martedì. A fargli da eco il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi, “Piango con grande tristezza e dolore la morte del defunto Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah. Il mondo arabo e islamico ha perso un leader dei suoi uomini più preziosi”. Ad aggiungersi al cordoglio un paese come il Qatar, per il quale Sabah si è speso per ricucire gli strappi nel Gcc; perfino le parti in lotta in Yemen hanno espresso lo stesso cordoglio nei confronti dell’uomo e del politico. Stessa cosa dicasi per Mohammed bin Salman e Recep Tayyip Erdogan che ha espresso, sempre sui social, il suo cordoglio addirittura in lingua e caratteri arabi, una scelta tutt’altro che marginale.

A celebrare l’emiro anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che ha definito Sabah uno straordinario simbolo di saggezza e generosità, “un messaggero di pace, un costruttore di ponti”. Lo stesso presidente Donald Trump, all’inizio di questo mese, gli aveva conferito la Legion of Merit, Degree Chief Commander degli Stati Uniti, riconoscendolo internazionalmente come amico e partner incrollabile degli Stati Uniti.

La successione

Morto un emiro se ne fa un altro. A prendere il posto del compianto sovrano il fratellastro 83enne Nawaf al-Ahmad al-Jaber al-Sabah. Lo sceicco Nawaf, che è principe ereditario dal 2006, è figlio del decimo sovrano dell’emirato, lo sceicco Ahmad al-Jaber al-Sabah, che ha governato il Kuwait per quasi 30 anni. Il nuovo emiro ha ricoperto diversi incarichi di governo nel corso della sua vita, tra cui la guida dei ministeri della Difesa, degli Interni e dei Servizi Sociali. Il nuovo emiro ottuagenario sale al potere, dunque, in mezzo a turbolenze regionali e a cambiamenti geopolitici in tutto il Medio Oriente: come accadde anche con il fratellastro, l’ascesa al trono apre già il dibattito sul successore, vista l’età avanzata del nuovo sovrano. La sua nomina a principe ereditario nel 2006 aveva rotto la tradizione di alternare il trono tra i clan al-Jaber e al-Salim della famiglia reale. I due clan sono discendenti di Jaber al-Sabah e Salim al-Sabah, due ex emiri il cui padre Mubarak al-Sabah è considerato il fondatore del Kuwait moderno.

La morte di Sheikh Sabah segue quella del sultano dell’Oman Qaboos bin Said, altro grande mediatore regionale, avvenuta il 10 gennaio scorso. Con queste due figure sembra dunque terminare un’era nel Golfo, con l’arrivo di una generazione di petromonarchi più giovani, più aggressivi e spregiudicati come mostrano Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Il futuro prossimo, ricco di sfide, sarà la cartina al tornasole delle nuove leadership: più audaci, à la page, cosmopolite, sapranno essere anche efficaci come fu la vecchia guardia?

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