Sale la tensione fra Cina e India. Nelle ultime settimane, lo scontro diplomatico fra i due Paesi è diventato molto forte e si è giunti anche al rischio di una vera e propria escalation militare, che si è mantenuta di basso profilo soltanto grazie alla freddezza del governo di Pechino nel non voler scendere a un vero e proprio conflitto. Il motivo è da ricercare nell’altopiano del Doklam, regione dell’Himalaya contesa fra la superpotenza cinese e il piccolo Stato del Bhutan, supportato dall’India. Secondo il governo del Bhutan, nella contesa regione del Doklam, l’Esercito cinese avrebbe iniziato la costruzione di un’autostrada che collega Dokala alla base dell’esercito bhutanese di Zompelri. A detta dello Stato himalaiano, la costruzione di questa infrastruttura stradale sarebbe una violazione degli accordi di pace siglati con Pechino nel 1988 e nel 1998, con i quali i due Stati si impegnavano formalmente a evitare ogni forma di tensione all’interno della regione contesa, e soprattutto si impegno a non mettere in atto alcuna forma di azione unilaterale che implichi l’uso dell’esercito.

Fin qui, si potrebbe dire, nulla di eccessivamente clamoroso. Tuttavia, il problema è sorto dopo, e cioè quando il regno del Bhutan ha invocato l’aiuto dell’India per risolvere il problema. Il governo indiano, con una mossa certamente irruenta per la geopolitica asiatica, ha deciso di inviare il proprio esercito per dissuadere la Cina dall’avanzamento nei lavori. Per il governo di Pechino, l’India, con questa scelta, ha sconfinato con l’esercito sul suolo cinese, e dunque ha violato la sovranità della Cina. Un gesto che ha provocato la dura reazione dell’esecutivo di Xi Jinping che ha chiesto immediatamente a Nuova Delhi di ritirare le truppe dalla zona prima che provocasse un conflitto armato come avvenuto nel 1962 tra i due Stati fra le alture dell’Himalaya. Una guerra vinta dalla Cina e che è stata rievocata più volte, anche dai media nazionali cinesi, per ricordare al governo indiano i rischi di uno scontro fra i due eserciti.

Naturalmente il problema non è la regione in sé, né il fatto che il piccolo regno del Bhutan sia in contrasto con la Repubblica Popolare Cinese. Il problema è di natura ovviamente geopolitica, e rappresenta l’emblema di una crescente ostilità dell’India nei confronti della politica di espansione messa in atto dalla Cina. Le due potenze asiatiche rappresentano, l’una per l’altra, il concorrente più pericoloso per la propria economia. E la Cina, grazie al proprio peso politico a livello mondiale e alla crescita del proprio sistema economico, ha assunto la guida del continente asiatico escludendo lentamente l’India dalla possibilità di guidare una parte dell’Asia. Pechino sta vincendo su Nuova Delhi, e lo sta facendo sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista economico, e l’India si sente accerchiata. Sotto questo profilo, la crescente collaborazione fra Pakistan e Cina rappresenta perfettamente i timori del governo indiano da questa crescente sfera d’influenza di Pechino. Il Pakistan è, infatti, entrato, negli ultimi anni, in una fase di transizione dalla sfera d’influenza americana a quella cinese. La costruzione del porto militare di Gwadar da parte della Cina è l’emblema di questa nuova alleanza che, da una parte, unisce due storici nemici dell’India e, dall’altra parte, consegna alla Cina lo sbocco sull’Oceano Indiano e la possibilità di espandere le proprie rotte commerciali controllando il traffico che viaggia tra Medio ed Estremo Oriente. Ma soprattutto rende praticamente impossibile per le merci indiane l’arrivo nei mercati dell’Asia Centrale.

La Nuova Via della Seta rappresenta per l’India il pericolo numero uno per la sua stessa sopravvivenza. Il Paese ha una popolazione enorme ed un’economia in crescita, ma ha assoluta necessità di espandere il proprio mercato o rischia di crollare su se stessa. La Cina sta circondando l’India con le sue infrastrutture, il suo mercato e la sua sfera d’influenza, e l’India, se da un lato ne è minacciata, dall’altro lato non può sfruttare le incredibili potenzialità dello sviluppo cinese, condannando se stesa a un ruolo di secondo piano e a un’economia non particolarmente florida, nonostante i tassi di crescita della popolazione e della produzione industriale. Proprio per questo motivo, l’India sembra aver trovato, negli ultimi mesi, un alleato al di là del Pacifico, e cioè gli Stati Uniti. Donald Trump non ha mai nascosto di avere la Cina e la sua politica commerciale fra gli obiettivi del proprio mandato presidenziale. Trump vuole limitare l’espansione di Pechino, e lo sta facendo anche rafforzando la presenza militare statunitense nei mari dell’Estremo Oriente. Le esercitazioni congiunte di India, Giappone e Stati Uniti non possono che essere lette in questa direzione, e cioè come segnale di uno spostamento di Nuova Delhi verso un’alleanza con Washington per fermare lo storico rivale cinese.

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