Michelle Obama non si candiderà alle primarie democratiche del 2020. Lo ha ripetuto più volte, sottolineando come la politica non sia tra i suoi interessi. “Solo perché parlo bene e sono intelligente – ha detto, meno di un anno fa – non vuol dire che dovrei essere la prossima presidente. Questo è il nostro problema. Abbiamo una visione a breve durata su come pensiamo di selezionare il nostro rappresentante”. L’ex first lady non figura tra i circa trenta nomi che stanno circolando in rete. Gli asinelli sono alla disperata ricerca di un profilo che possa mettere in difficoltà Donald Trump

Ogni potenziale avversario del Tycoon è associato a un “difetto”. Almeno in termini di presidenziabilità. Joe Biden sarebbe troppo anziano, Bernie Sanders è avanti con gli anni ed eccessivamente socialista, Beto O’Rourke ha perso in Texas contro Ted Cruz, Kamala Harris è considerata come l’opzione migliore, ma solo dopo Michelle Obama e Cory Booker, a sua volta, sarebbe una figura esageratamente “obamiana” per non suscitare nostalgia dei tempi andati. 

L’attivismo di Michelle, poi, lascia ben sperare il cosiddetto establishment, che confida ancora in un ripensamento. Se lo domandano anche in Italia: “E come mai – si è chiesto Aldo Grasso su Il Corriere della Sera – Michelle continua a dirsi stupita che tante donne abbiano votato per un candidato misogino contro una donna preparata? Michelle – ha continuato – nega di volersi candidare, dice di non essere mai stata una fan della politica e di essere disgustata dalle campagne elettorali. E se si facesse candidare?”. Perché Michelle, considerata la sua indisponibilità, non fa che attaccare il presidente degli Stati Uniti d’America? Questione più che legittima.

Il regista Michael Moore si è detto convinto che l’unica in grado di battere The Donald sia proprio la moglie di Barack Obama. Pare difficile, scavando nella memoria, rintracciare un caso d’attivismo così frequente, non declinatosi poi in una vera e propria discesa in campo. Il libro, il documentario e le continue dichiarazioni lasciano supporre che quella di Michelle possa essere solo una strategia, una tattica finalizzata    a fare piazza pulita sul campo democratico prima ancora che si arrivi ai caucus in Iowa

Poi ci sono i sondaggi, che fanno registrare picchi di consenso tanto tra i democratici quanto tra i repubblicani. I moderati rimasti nel Gop, quelli che non hanno votato Trump nel 2016, sembrano disposti a sostenere Michelle pur di mettere fine al trumpismo. I lettori si ricorderanno della sintonia, mai celata, tra i Bush e gli Obama. Nelle fotografie ritraenti le due famiglie una accanto all’altra, ci sono tutte le premesse per una candidatura condivisa da quell’universo sottotraccia che Trump usa chiamare “Deep State”. Ma gli americani, dicono gli analisti da dopo le presidenziali, sono stufi delle dinastie.  É davvero così? Abbiamo circa un anno per rispondere a questa domanda. 

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