Sylvie Goulard non ce l’ha fatta. L’Europarlamento ha, in seconda audizione, travolto la politica liberale e attuale vicegovernatore della Banca di Francia designata dal presidente francese come commissario nella squadra di Ursula von der Leyen respingendone a larga maggioranza la nomina. La trappola del gruppo europarlamentare del Partito popolare europeo a Macron riesce e la Goulard viene respinta ad ampia maggioranza dalle Commissioni mercato e industria: 82 eurodeputati avrebbero votato contro, 29 a favore e uno si sarebbe astenuto nello scrutinio sulla nomina della Goulard a Commissario al mercato interno e alla Difesa.

A essere messo a repentaglio ora è l’intero assetto politico su cui, nell’estate scorsa, è nata la “formula Ursula”. Tanto decantata da essere presentata da Romano Prodi come idealtipo della nuova maggioranza giallorossa in Italia. Ma in realtà frutto di un accordo di potere tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron, a cui si sono aggiunti gli Stati dell’Europa “carolingia” (i Paesi del Benelux e l’Austria innanzitutto) e la Spagna satellite di Berlino premiata con le deleghe alla politica estera comune. Una formula con cui Macron ha voluto prendersi un vantaggio politico esterno allo scrutinio dell’Europarlamento in cui il gruppo del suo partito, En Marche!, è di dimensione largamente inferiore alle grandi famiglie tradizionali, i popolari e i socialisti.

Ai gruppi europarlamentari non è andato giù, in particolar modo, il disprezzo di Macron per il metodo degli Spitezenkandidaten che avrebbe portato a scegliere entro l’emiciclo di Strasburgo il nuovo presidente della Commissione. La bocciatura della Goulard, in particolare, è la trappola con cui il Ppe ripaga tale mossa e, al tempo stesso, segnala come la principale alleata di Macron, Angela Merkel, fatichi a tenere il timone della sua rappresentanza continentale.

La settimana scorsa la Goulard è stata sottoposta a un fuoco di fila di domande scomode sugli scandali che l’hanno coinvolta, relativi a rimborsi e compensi per consulenze di difficile tracciabilità, e sulla sua visione politica per il mandato inizialmente affidatole, che lasciava presagire l’inedito fronte che l’ha respinta. Il Ppe contestava la sua volontà di portare in Europa i piani macroniani di una difesa continentale autonoma, già messi in secondo piano dalla von der Leyen, i Verdi la mancanza di chiarezza sull’ambiente, il “pirata” ceco Marcel Kolaja ha messo il dito nella piaga della vaghezza delle strategie sull’agenda digitale.

Popolari, conservatori, verdi e sovranisti hanno votato compatti contro la Goulard, mentre solo i liberali e (con qualche incertezza) i socialisti l’hanno sostenuta: sul commissario del Paese più rilevante nel patto che ha dato alla von der Leyen le chiavi di Bruxelles la “maggioranza Ursula” si è sciolta come neve al sole. Il gruppo europeo di Macron ha pagato a duro prezzo la sua forte ostilità contro i primi commissari bocciati da Strasburgo, la rumena socialista Rovana Plumb e il popolare ungherese, László Trócsányi, respinti a settembre dalla commissione Giustizia, subendo il contrattacco popolare; il Presidente francese, che ora accuse manovre contro Parigi, ha pagato la reazione calcolata e prudente del leader ungherese Viktor Orban, che dimostrandosi accomodante con la bocciatura del suo uomo ha fornito la sponda al Ppe per servire a freddo la vendetta; la presidente della Commissione, infine, non ha saputo proteggere la sua donna chiave con le dovute alleanze politiche, e su questo Macron non ha tutti i torti nell’accusare l’ex ministro della Difesa di Berlino di “meschinità“.

A essere messe a repentaglio ora sono le chances della stessa Commissione di incassare il via libera definitivo dall’emiciclo di Strasburgo, nel caso in cui la fragile maggioranza che la sostiene perdesse ulteriormente pezzi. Non bisogna dimenticare che la von der Leyen ha avuto il via libera come presidente della Commissione solo grazie al vero e proprio “appoggio esterno” del Partito Giustizia e Libertà polacco e del Movimento Cinque Stelle, e che una frattura popolari-liberali potrebbe risultare fatale. Non è un caso che si cominci a parlare di dilazione dei tempi per la costituzione della “squadra Ursula” e per il voto ?finale sulla sua entrata in carica. Strasburgo sarà un Vietnam nei prossimi mesi, e chi rischia più di tutti è proprio Macron.

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