Alla fine tutto è andato come previsto: l’Europa, di fronte al fuoco lanciato da Recep Tayyip Erdogan verso la Siria, ha risposto con l’intenzione di piazzare un embargo delle armi alla Turchia. Una risposta doppiamente simbolica: da un lato infatti, è soltanto un palliativo e nulla più visto che gli arsenali turchi sono pieni di armi, molte delle quali realizzate anche con collaborazione italiana, dall’altro è simbolica perché esprime per l’appunto l’incapacità e la marginalità europea nel contesto siriano. Un tentativo, quello dei rappresentanti del vecchio continente, di apparire irreprensibili per nascondere la reale necessità: scendere ancora a patti con Ankara per evitare una nuova invasione di migranti lungo la rotta balcanica.

Lo spauracchio della Germania

A Berlino il tema è molto sentito. In primis, perché i tedeschi ancora ricordano gli effetti delle politiche delle porte aperte di Angela Merkel: in pochi mesi, più di mezzo milione di profughi è arrivato in Germania attraverso la rotta balcanica, con un urto devastante alla società tedesca. In secondo luogo, perché a livello meramente elettorale l’Afd sta avanzando nei sondaggi promettendo una lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina, con il timore che a destra il partito rosicchi voti alla Cdu dell’uscente cancelliera.

Dunque, per questo motivo la Germania ha tutto l’interesse di agire in fretta per neutralizzare le minacce di Erdogan. Il presidente turco, come si sa, non appena ha avviato l’operazione in Siria contro i curdi, ha espressamente minacciato di riaprire le maglie dei controlli lungo le coste e spedire verso l’Europa buona parte dei 3.6 milioni di profughi siriani presenti nel suo paese. Ma questa è soltanto l’ultima ritorsione su questo tema. Per la verità, prima che gli aerei turchi bombardassero il nord della Siria, a tenere banco è stata soprattutto la questione degli idrocarburi dinnanzi le coste cipriote: Ankara ha da sempre rivendicato il diritto, da parte dei turco ciprioti, di trivellare quel tratto di mare al pari dei greco ciprioti. Il governo della Repubblica turca di Cipro però non è riconosciuto dalla comunità internazionale, l’Ue ha dovuto rispondere alle provocazioni turche a difesa del governo di Nicosia peraltro membro comunitario. E, quando da Bruxelles sono arrivate flebili sanzioni contro la Turchia, Ankara non ha perso tempo a rievocare lo spettro di una nuova ondata migratoria verso il nord Europa.

Dunque, l’Ue ha le mani legate: la sua marginalità sul campo ed a livello diplomatico, al pari dei timori tedeschi, la rendono ingabbiata agli umori ed alle minacce di Erdogan.

Ankara batte cassa e l’Europa pagherà di più

Attualmente con la Turchia è in vigore un accordo che, in cambio di tre miliardi di euro all’anno, impegna Ankara a trattenere all’interno del suo territorio i profughi siriani. Capendo la debolezza europea, Erdogan già con la crisi degli idrocarburi ciprioti ha mostrato qualche rimostranza sul mantenimento dell’impegno: tradotto dal linguaggio politico, il presidente turco ha iniziato a volere più soldi. Ora che la posta in gioco è il silenzio sulle sue operazioni militare in Siria, senza dubbio il governo di Ankara chiederà ancora più Euro.

E difficilmente sia da Bruxelles che soprattutto da Berlino arriveranno forti resistenze: le paure di una nuova ondata migratoria rendono i cordoni della borsa europei, solitamente stretti ed ancorati ad innumerevoli vincoli, insolitamente larghi. Una doppia brutta notizia per l’Italia: Roma non solo dovrà partecipare alla condivisione di una maggiore spesa per cancellare notti insonni ad Angela Merkel, ma sarà costretta a vedere la “sua” questione, quella cioè relativa ai flussi migratori dalla Libia, messa inesorabilmente in secondo piano.

Di fronte alla concreta prospettiva di 3.6 milioni di profughi siriani che bussano alle porte dei Balcani, per l’Europa mille africani in più che arrivano dalla Tunisia o dalle navi ong rappresentano il nulla. E il governo di Giuseppe Conte, i cui principali rappresentanti a pochi giorni dall’insediamento affermavano l’importanza di ristabilire buoni rapporti con l’Europa “per contare di più”, sarà costretto a diventare sempre più marginale all’interno di un’istituzione, quella europea, diventata così marginale da dover cedere ai ricatti della Turchia.

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