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Dalle stelle alle stalle. Da capo dello stato maggiore dell’esercito in Argentina e leader indiscusso dell’intelligence militare che appoggiava Cristina Kirchner – da lui sempre protetta nei tanti casi di corruzione a suo carico in cambio di prebende milionarie, non a caso c’è un processo in corso contro di lui per arricchimento illecito – a detenuto semplice. La carriera del “generale di Cristina”, César Milani, è finita lo scorso 17 febbraio, paradossalmente proprio nello stesso carcere di La Rioja dove, durante l’ultima dittatura, lui in persona sbatteva giovani che poi venivano sovente fatti sparire.

A testimoniarlo Ramón Alfredo Olivera, suo figlio Alfredo e Verónica Matta, tutti sue vittime, tutti e tre sequestrati e torturati da Milani. Che solo in questo processo rischia di beccarsi 14 anni di carcere. Una differenza abissale rispetto al 3 luglio 2013 quando, l’allora presidenta Kirchner lo metteva alla guida di tutto l’esercito argentino, incurante di un passato da far rizzare i capelli in testa. Già perché oltre alle torture ed agli arresti indiscriminati de La Rioja durante la dittatura dei vari Videla, Massera e Gualtieri – quella dei 30mila desaparecidos mai più tornati a casa tanto per capirci – Milani è anche accusato in un altro processo a Tucumán di avere fatto “sparire” il giovane Alberto Agapito Ledo, di cui non si sa più nulla dal 20 maggio del 1976.Di Milani Ledo era l’assistente di campo nel Battaglione 141 e per ordine del suo diretto superiore si allontanò dalla caserma per prendere parte all’Operativo Indipendenza. Per Álvaro Illañez, amico d’infanzia dello scomparso commilitone, non ci sono dubbi: “Milani era il classico agente, faceva domande in tono scherzoso per farti ‘scoprire’. Glielo avevo detto ad Alberto, che era della sinistra peronista, di disertare”. Ledo, purtroppo per lui, non ascoltò l’amico ed il 21 maggio 1976 la sua stanza venne fatta sgomberare in fretta e furia e lui additato come “disertore” di fronte agli altri coscritti.Il tutto per ordine di Milani che firmò di suo pugno il documento della “diserzione” del suo aiutante, poche ore dopo la sua “uscita in missione”. Grazie a questa e altre testimonianze – in primis la madre di Ledo, Marcela Brizuela, presidente delle “Madri” de La Rioja da allora alla ricerca del corpo del figlio ed in aperta polemica con quelle di Buenos Aires, filo kirchneriste contro qualsiasi evidenza – da anni denunciava che “Milani è coinvolto nella scomparsa di mio figlio”.Inspiegabile la carriera fulminante di un ex torturatore sotto le presidenze Kirchner. Non era infatti mai successo che un semplice colonnello venisse messo a capo dell’intelligence dell’intero esercito – accadde all’allora colonnello Milani nel 2008 con Nestor Kirchner – o che un ex numero uno dei servizi militari diventasse il líder máximo dell’Esercito, come con Cristina nel 2013.Inspiegabile anche perché, da sempre, il kirchnerismo ripete come un mantra che i primi a far condannare gli aguzzini dell’ultima dittatura erano stati loro – dimenticandosi del radicale Raúl Alfonsin che all’epoca aveva però a che fare con un certo Kissinger e con un muro di Berlino ancora funzionante – sorvolando sul fatto che sono stati loro i primi a far guidare l’esercito e l’intelligence militare ad un aguzzino della dittatura di Videla e compagnia.Stranissimo, anche perché Milani era una vecchia conoscenza per chi si occupa di repressione. Il suo nome risulta infatti già nel Nunca Más riojano, redatto nel 1984 dalla Commissione Diritti Umani presieduta dal compianto Ernesto Sábato.Purtroppo per Milani scripta manent e sin d’allora era chiaro che lui facesse parte dell’apparato repressivo della dittatura di Videla. Le gravi violazioni dei diritti umani non prescrivono e, inoltre, Cristina non è più alla Casa Rosada: per questo da venerdì scorso Milani è rinchiuso nello stesso carcere dove lui stesso torturava nel biennio 1976-1977.

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