Il Fondo monetario internazionale lancia l’allarme sulla Spagna e sulla situazione in Catalogna. A detta di Andra Schaechter, delegato dell’Fmi nel paese iberico, “nel caso in cui si prolungassero le tensioni politiche in Catalogna potrebbero minare la fiducia negli investimenti e nei consumi”. Quello che teme il mondo finanziario, è in particolare la situazione di incertezza sul futuro, che rischierebbe di vedere al ribasso le stime di crescita della Spagna. Il Fondo monetario, martedì prossimo, pubblicherà le stime di crescita sulla Spagna. E il fatto che arrivano nella stessa settimana in cui Puigdemont vorrebbe dichiarare l’indipendenza di Barcellona da Madrid, fa tremare il sistema spagnolo. E anche per questo, lo Stato ha deciso di muoversi.

Dopo la paralisi istituzionale di cui è stato accusato il governo Rajoy, il messaggio alla nazione del Re di Spagna sembra essere stato il via libera della Monarchia all’azione dello Stato per mettere fine al progetto separatista della Catalogna. L’azione dello Stato spagnolo si fonda adesso su tre direttrici: quella giudiziaria, quella politica e quella economica. Sotto il primo profilo, il primo atto ufficiale da parte di Madrid è stato quello di chiamare a rispondere dell’accusa di sedizione il capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Lluis Trapero, che si è difeso in queste ore davanti ai giudici dell’Audiencia Nacional. Il reato di sedizione, previsto dall’articolo 544 del codice penale spagnolo, è uno dei più gravi del diritto iberico per punire le persone che insorgono nei confronti della legge. Come recita il Codigo Penal, sono puniti di questo crimine tutti coloro che “insorgono pubblicamente per impedire con forza o fuori dalle vie legali l’applicazione delle leggi o il rispetto di risoluzioni amministrative o giudiziali”. Nel caso in cui le persone che inducono o dirigono l’atto di sedizione, siano autorità pubbliche, la pena varia dai 10 ai 15 anni di prigione. Trapero, per adesso, è accusato dei fatti del 20 settembre scorso, non di quanto avvento il primo ottobre, cioè il giorno del referendum. L’accusa è di essere stato complice dell’assedio dei cittadini alla Guardia Civil mentre quest’ultima, su ordine dei giudici di Barcellona, perquisiva la sede del ministero dell’Economia della regione catalana per identificare tutti coloro che stavano organizzando il voto del primo ottobre. Secondo quanto detto da Trapero davanti ai giudici, l’azione dei Mossos d’Esquadra durante l’assedio alla Guardia Civil è stata “corretta e necessaria” e non aveva ricevuto in anticipo le informazioni necessarie. Una difesa di basso profilo che sembra essere il preludio a una condanna. Ma questa è solo la prima delle accuse che potrebbero essere formulate nei confronti di Trapero. I fatti del primo ottobre, quando i Mossos non hanno agito in alcun modo per fermare le operazioni di voto, sono già sotto la lente dei giudici dell’Audiencia Nacional che adesso studiano le mosse. Nel caso in cui volessero tagliare la testa ai Mossos d’Esquadra, i giudici potrebbero accusare Trapero di “disobediencia”, cioè il negarsi al rispetto della legge; di “prevaricacion” e cioè l’uso arbitrario del proprio ruolo per prendere decisioni illegittime, e di abuso di potere. Reati di cui presto potrebbero rispondere anche i leader separatisti catalani che hanno organizzato il referendum.

Se la via giudiziaria sembra essere quella preferita dal governo di Rajoy, la via politica attendere ancora. Il governo spagnolo sembra essere intenzionato ad aspettare la prossima mossa di Puigdemont. Da Madrid hanno ordinato la sospensione cautelativa della prossima seduta del Parlamento della Catalogna per evitare che il presidente della Generalitat potesse proclamare l’indipendenza unilaterale. La legge promulgata prima del voto da parte del governo catalano prevedeva, infatti, la dichiarazione unilaterale di indipendenza qualora il referendum avesse avuto un risultato positivo. Avendo votato il 42% degli aventi diritto, e avendo vinto il sì al 90%, Puigdemont è dunque legalmente autorizzato a proclamare la Catalogna uno Stato indipendente. A quel punto, Rajoy non avrebbe altra scelta che imporre l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione spagnola, che recita “Qualora una Comunità Autonoma non dovesse ottemperare agli obblighi importi dalla Costituzione o dalle altre leggi, oppure si comporti in modo da attentare agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma (in tal caso la Catalogna) o con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato dei suddetti obblighi o per la protezione dei suddetti interessi”. In concreto, Madrid, nel caso in cui Puigdemont non volesse scendere a patti con il governo centrale, avrebbe a disposizione la possibilità di ridurre i poteri dell’esecutivo catalano fino alla sostituzione del presidente Puigdemont stesso che, a detta di molti, potrebbe essere rimpiazzato da Enric Millo i Rocher, delegato del governo spagnolo in Catalogna. Il partito Ciudadanos è da tempo sul piede di guerra e chiede all’esecutivo di applicare immediatamente l’articolo della Costituzione e indire nuove elezioni, anche se sullo scioglimento del Paramento catalano ci sono delle resistenze, per evitare la rottura totale e gli errori del passato.

Una terza direttrice con cui si sta attuando “l’assedio” della Spagna ai separatisti catalani, è quello economico. Dal giorno successivo al voto referendario, alcune fra le più importanti aziende spagnole hanno deciso di trasferire la propria sede nelle altre regioni iberiche. L’esecutivo di Madrid ha emanato oggi stesso un decreto con cui facilita il trasferimento della sede sociale alle imprese, ed è iniziata, a valanga, un trasferimento di massa a Madrid, a Valencia, a Mallorca e ad Alicante. L’ultima, in ordine di tempo, è la Gas Natural Fenosa, azienda leader dell’energia spagnola, che ha appena deciso di spostarsi da Barcellona a Madrid. In molti vedono questa attività come l’anticamera dell’indipendenza. Altri, più realisticamente, vedono una scelta delle imprese di assicurare il proprio patrimonio e, contemporaneamente, una volontà politica di Madrid di mostrare ai catalani cosa significa non essere più la regione più ricca di Spagna ma un Paese autonomo.

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