Una nuova ondata di protesta sta scuotendo il Libano. Dopo soltanto qualche settimana di tregua, lunedì notte centinaia di giovani manifestanti e attivisti si sono riuniti nella centrale via Hamra, nei pressi della Banca nazionale di Beirut, dando avvio alla “Settimana della Rabbia“.

Al grido di “Abbasso il sistema bancario”, il popolo libanese è nuovamente sceso per le strade della capitale – per la seconda volta nel giro di tre mesi -, assaltando le banche e gli sportelli Atm, in un estremo gesto di protesta contro il sistema bancario e politico libanese, dimostratosi incapace di salvare il Paese dall’abisso.

Questa volta, a catalizzare la rabbia dei manifestanti sono state le politiche finanziarie adottate dal governo, che avrebbero causato una crisi di liquidità. Nelle ultime settimane, la moneta locale avrebbe perso più del 60 per cento del suo valore e le fonti di valuta estera sarebbero state prosciugate. Di fronte a un quadro così critico, esacerbato dal persistere della crisi e dalla mancanza di un esecutivo stabile, le banche avrebbero iniziato a limitare il ritiro dei dollari e i trasferimenti esteri.

Improvvisamente privata del libero accesso ai propri risparmi e senza alcuna fiducia nel sistema bancario nazionale, la popolazione ha bloccato le strade centrali della capitale, dando avvio a una settimana di proteste che culminerà con la disobbedienza civile. All’élite al potere sono state concesse solo 48 ore di tempo per formare un nuovo esecutivo, un governo di tecnici in grado di condurre il Paese fuori dalla crisi economica e finanziaria. Una scadenza che sembra impossibile da rispettare.

Le tappe della rivolta

Il Libano sta vivendo la più grave crisi economica e finanziaria della guerra civile (1975-1990). Una crisi che ha radici storiche, risalenti alle scelte economiche e politiche adottate alla fine del conflitto. Negli anni, la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, il sistema fiscale che ha aumentato la disparità sociale, il problema della povertà crescente hanno reso la situazione insostenibile. A dare il colpo decisivo, la diffusa corruzione della classe dirigente e la crisi monetaria che ha colpito il Paese.

Stanco dell’impasse, il 17 ottobre, il popolo libanese è sceso in piazza contro il malgoverno e la corruzione della classe dirigente, chiedendo a gran voce una profonda riforma del sistema statale. Pochi giorni dopo (29 ottobre), in seguito al tentativo del governo in carica di introdurre un nuovo pacchetto di misure politiche ed economiche – respinto dai manifestanti come l’ennesimo “cambiamento di facciata” -, l’allora primo ministro, Saad Hariri, ha rassegnato le dimissioni, sprofondando il Libano nel caos.

A nulla è valsa la nomina a primo ministro di Hassan Diab, ex ministro dell’Istruzione (19 dicembre). Uomo politico poco conosciuto, ma criticato dai manifestanti in quanto esponente dall’ancien régime, Diab non è riuscito a creare un nuovo esecutivo, fallendo, dunque, nel tentativo di elaborare un progetto di ripresa economica e politica.

Un popolo unito

Da quasi tre mesi il popolo libanese sta manifestando contro la classe al potere – il cui assetto è rimasto lo stesso per quasi trent’anni -, mostrandosi irremovibile sulle sue richieste e profondamente unito. Negli ultimi 90 giorni, i manifestanti si sono mostrati capaci di superare le divisioni settarie, religiose e sociali in nome di un obiettivo comune: risolvere i problemi economici e politici del Paese.

Nemmeno i ripetuti tentativi degli affiliati ai movimenti sciiti di Hezbollah e Amal – partito politico libanese legato alla comunità sciita – di settarizzare la rivolta sono andati a buon fine. Proprio questa unione ha impedito al governo libanese di reagire come ha sempre fatto, ovvero strumentalizzando le divisioni presenti nel Paese, nel tentativo di impedire una mobilitazione politica generale capace di minare lo status quo, costringendolo invece ad affrontare i problemi del Paese.

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