Il nuovo governo unitario della Libia guidato dall’imprenditore Abdulhamid Dabaiba, 61 anni, dovrà percorrere un sentiero assai stretto e irto di ostacoli. L’ampio mandato garantito dal parlamento al nuovo esecutivo, composto da ben 35 ministri e molti dei quali cambiati all’ultimo secondo dopo frenetiche trattative, garantisce una relativa tranquillità. La nuova compagine governativa ha una scadenza ben precisa: il 24 dicembre del 2021, il giorno del 70esimo anniversario della Libia, la data in cui dovrebbero tenersi le elezioni legislative e parlamentari. Riuscirà il premier a organizzare le elezioni in tempo? O meglio: davvero Dabaiba intende rinunciare alla poltrona di premier? Una delle principali ragioni per cui l’imprenditore di Misurata è stato eletto è proprio l’impegno a farsi da parte a dicembre.

Chi farà cosa nel nuovo governo?

Nel breve termine, il governo unitario deve mitigare i dubbi legati alla legittimità costituzionale. Il suo predecessore Al Sarraj ricopriva il “doppio incarico” di premier e di presidente del Consiglio presidenziale. L’impianto ideato dalle Nazioni Unite, tuttavia, prevede una netta separazione dei ruoli di presidente e primo ministro. Ma allora chi deciderà cosa nel nuovo esecutivo? Quello che all’apparenza sembra solo un dettaglio va inserito nella Costituzione, o meglio nell’Annuncio costituzionale, la carta che funge da costituzione provvisoria in Libia: il passaggio non è semplicissimo e potrebbe richiedere il coinvolgimento del Consiglio di Stato, il “Senato” di Tripoli che fa da contraltare alla Camera dei rappresentanti di Tobruk. L’impressione è che vi sia tutto sommato la volontà di superare questo impedimento di natura tecnica, proprio in virtù della natura teoricamente transitoria dell’attuale.

Tra le sfide del nuovo esecutivo unitario, che intanto ha giurato nel Parlamento di Tobruk alla presenza dei deputati libici e degli ambasciatori stranieri, va sicuramente aggiunti i dossier dei blackout elettrici che in estate durano fino a 20 ore (un paradosso per un Paese membro del Cartello petrolifero Opec) e della totale assenza di vaccini anti-Covid.

Le milizie e i mercenari

Uno dei principali nodi da sciogliere nell’ingarbugliata crisi libica è legato allo smantellamento della miriade di milizie che dominano il territorio e all’espulsione dei mercenari stranieri. Secondo il Pentagono, la Russia ha portato in Libia almeno 2.000 uomini del gruppo Wagner a sostegno del generale Haftar. A questi si aggiungono le migliaia di mercenari siriani (impossibili da quantificare) portati dalla Turchia con la foglia di fico di un accordo militare con le autorità di Tripoli. L’espulsione delle truppe straniere rientrava nell’intesa sul cessate il fuoco permanente raggiunta a Ginevra lo scorso 23 ottobre dal Comitato 5+5 (cinque membri del Gna, cinque ufficiali del generale Haftar).

Eppure il termine per il ritiro è scaduto a gennaio e gli stivali di mercenari restano ben piantati in Libia, almeno per ora. Quanto allo smantellamento delle milizie che, come ricorda l’Agenzia Nova, è da tempo una esplicita richiesta della Comunità internazionale, si tratta di uno dei principali obiettivi perseguiti dal ministro dell’Interno uscente, Fathi Bashagha. A guidare il dicastero ora sarà il suo numero due, Khaled al Tijani Mazen, originario della regione di Jufra, nella Libia centrale.

I profili dei ministri

Dai curriculum dei nuovi ministri colpisce la figura di Najla El Mangoush, prima donna a ricoprire il ruolo di capo della diplomazia libica. Nel governo è stata reintrodotta la figura del ministro del Petrolio e del gas che sarà affidato a Mohamed Ahmed Mohamed Aoun, ben conosciuto negli ambienti italiani essendo stato presidente del consiglio di amministrazione di Mellitah Oil and Gas Company (società operativa compartecipata da Eni e Noc), nonché membro del consiglio di amministrazione della società Green Stream Bv, responsabile per il trasporto di gas naturale dalla costa libica (Mellitah, a circa 80 chilometri ad ovest di Tripoli) alla costa italiana (Gela, in Sicilia).

Spicca anche il nome e il ruolo di Ajdid Maatuq Jadid, ministro di Stato per le migrazioni (altra novità nel governo) in rappresentanza del Fezzan, membro della tribù Warfalla, “favorita” dal regime di Muammar Gheddafi. Una menzione particolare, infine, per il nuovo ministro della Pianificazione, Fakher Boufarna Al Fakhri: stimato economista, potrebbe essere lui a guidare il governo dopo le elezioni di dicembre nel post-Dabaiba.

Chi vince e chi perde

Il nuovo governo, almeno sulla carta, dovrebbe durare soltanto pochi mesi. Dunque, se il piano voluto dall’Onu dovesse andare in porto, è impossibile fare valutazioni a lungo termine. Tuttavia sul fronte internazionale all’orizzonte c’è chi, grazie al nuovo esecutivo, sembra essere uscito rafforzato. A partire dalla Turchia. Ankara dal novembre 2019 è il principale alleato di Tripoli.

In quel mese il presidente Erdogan ha persuaso l’ex premier Fayez al Sarraj a firmare un memorandum d’intesa che ha portato il Paese anatolico a fornire soldi, armi e uomini nella battaglia, poi vinta nel giugno 2020, contro il generale Haftar per il controllo della capitale. Tuttavia, la Turchia ha più volte rischiato di impantanarsi. Il governo di Al Sarraj ormai da mesi non aveva più il controllo reale della situazione, “l’investimento” turco in qualche modo non era più garantito.

Con Dadaiba la situazione è nettamente più favorevole ad Erdogan. Sia per la figura del nuovo premier, legato anche sotto il profilo economico ad Ankara e con rapporti politici di primo piano con la Turchia. Inoltre, il nuovo esecutivo libico potrebbe portare ad una parvenza di stabilità politica, elemento essenziale per l’alleato turco. Da capire invece i rapporti tra Dadaiba e la Russia, altro grande attore internazionale direttamente impegnato nel Paese. Il silenzio di Haftar, supportato da Mosca, e il beneplacito degli altri alleati del generale, a partire da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, potrebbe indicare una strategia di attesa del “fronte della Cirenaica”. Aspettare cioè fino alle elezioni per capire verso quale direzione far pendere il proprio ago.

E l’Italia?

Anche per Roma l’insediamento del nuovo governo ha dei pro e dei contro. Indubbiamente per il nostro Paese avere in Libia un esecutivo più stabile e in grado di avere la fiducia del parlamento, è un elemento positivo. L’Italia potrà avere un unico interlocutore certo, con il quale poter far crescere le proprie relazioni nel corso delle prossime settimane. I contro sono rappresentati dalle tante incognite. In primis, occorre chiedersi la linea che verrà intrapresa dal nuovo premier libico: Dadaiba continuerà il lavoro degli ultimi mesi di Al Sarraj, contrassegnato da un importante riavvicinamento verso l’Italia? In secondo luogo, occorre capire che tipo di interlocutore sarà il nuovo capo del governo di Tripoli. E su chi, in seno alla nuova compagine governativa, Roma potrà fare maggiore affidamento.

C’è però una novità importante nell’esecutivo di Dadaiba. L’istituzione del ministero per le migrazioni potrebbe indicare la centralità che il tema immigrazione assumerebbe nella nuova fase politica libica. Circostanza non da poco per l’Italia, che ha nella gestione dei flussi migratori che partono dal Paese uno dei motivi per cui si rende necessario un forte rapporto con Tripoli. Roma sull’immigrazione avrà quindi un preciso interlocutore. Un elemento importante in una fase contrassegnata anche dalle discussioni sulle riforme da attuare al memorandum sottoscritto tra le due parti nel febbraio 2017.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.