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L’Italia in Libia si gioca tanto. C’è in ballo la nostra leadership sul Paese nordafricano, ma anche la nostra sicurezza e i nostri interessi. Il rischio di avere una nuova Somalia a poche miglia dalle coste siciliane non è un problema da sottovalutare. Ed è anche per questo che il governo di Giuseppe Conte sta facendo il possibile per far finire la difficile crisi di Tripoli ma soprattutto per imporre la propria road-map sulla Libia.

Impresa difficile, va detto. Perché l’Italia, soprattutto in Europa, si scontra con gli interessi francesi. Ed Emmanuel Macron ha molte carte nel suo mazzo, a cominciare dal suo peso all’interno dell’Unione europea contro l’Italia che invece ha scelto di entrare a gamba tesa sulla burocrazia di Bruxelles.

Ma questo non significa che l’impresa, da difficile, diventi impossibile. Ed è proprio per questo motivo che l’esecutivo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle sta facendo il possibile per capire come orientarsi. Innanzitutto, bisogna capire su chi possiamo contare (per davvero) in Libia. Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, si trova in questo momento a dover gestire i vari contatti con i suoi omologhi europei e internazionali. Non solo con il suo diretto rivale, Jean Yves Le Drian, ma anche con tutti i capi delle diplomazie coinvolte nella crisi in Libia, da Mosca a Washington passando per Londra e Bruxelles. Senza contare ovviamente Tripoli e il nostro interlocutore privilegiato: Fayez al Sarraj.

La tregua annunciata ieri con la mediazione delle Nazioni Unite per mano di Ghassan Salamè è stata una manna dal cielo. Ma Roma non può certo dirsi serena. Gli scontri nella capitale hanno lasciato profonde ripercussioni.

La strategia italiana per la Libia si è dimostrata la migliore, perché aveva compreso da subito che le elezioni, in quel ginepraio, sono impossibili da realizzare senza pacificazione. Ma la strategia si è mostrata anche fragile. E, in qualità di ex potenza coloniale, Roma si trova anche nella difficile posizione di dover orientare le fazioni libiche e il governo di Sarraj in direzione dei propri interessi nazionali senza apparire come invasiva. Il gioco è complicato, tanto è vero che Khalifa Haftar ha spesso rimarcato (anche per scopi propagandistici) l’alleanza fra il governo riconosciuto e l’Italia e ha chiesto alla Russia il sostegno per mandare via l’Italia. 

All’Italia servono appoggi. E per ora, sembra aver prevalso la linea del premier, che consiste nel tendere la mano all’Unione europea e provare a scardinare le resistenze in seno a Bruxelles. Impegno non particolarmente facile visti gli scogli incontrati dall’Italia a Vienna nel vertice informale sul tema migranti. Anche in quel caso la Libia era al centro del problema, visto che il flusso di uomini provenienti dalle sue coste è il cuore dell’operazione Sophia.

Ma a Vienna, i ministri italiani sono usciti senza aver ottenuto nulla. Ora, la speranza è che il caos di Tripoli faccia capire ai partner europei che i rischi sull’aumento dell’emigrazione dalla Libia sono elevati. E sono elevati anche i risvolti per la sicurezza di tutto il continente, visto che la fuga dalla Libia potrebbe comportare anche l’arrivo di decine se non centinaia di sospetti, molti fuggiti dalle carceri.

Occhi puntati a Salisburgo, dunque, dove la prossima settimana, ci sarà un nuovo round di discussioni con i partner europei. E dove il governo cercherà, ancora una volta, di puntare tutto sul cambiamento delle regole di sbarco. Se dalla Libia inizia un nuovo boom di partenze con i barconi, l’Italia sarà costretta a ricevere di nuovo tutte le persone in base al piano operativo dell’operazione Sophia. E questa eventualità preoccupa.

Ma gli occhi del governo sono puntati anche sulla conferenza internazionale sulla Libia organizzata dall’Italia in Sicilia, probabilmente a Sciacca, e con la benedizione degli Stati Uniti. L’idea è che la conferenza possa trasformarsi nella svolta italiana per il Paese nordafricano. Ci saranno tutti, dai rappresentanti libici al segretario di Stato Usa Mike Pompeo fino al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Una riunione di altissimo profilo che, almeno nell’idea del governo Conte, dovrebbe rappresentare la base per la leadership italiana sulla transizione libica. 

La riunione siciliana dovrebbe tenersi a novembre, ma ancora non sono certe località e data. L’Italia ci arriva con una certa ansia, visto che la crisi che sta sconvolgendo questi giorni la Libia pone in serio pericolo non tanto la conferenza in sé, quanto i suoi effetti concreti. Ma ora servono capacità di dialogo e idee chiare.

Puntare sulle autorità di Tripoli, intavolare un dialogo con Haftar e le altre milizie e cercare sponde nel Mediterraneo, a cominciare dall’Egitto, sono primi passi fondamentali. L’appoggio degli Stati Uniti lo abbiamo ottenuto dopo l’incontro a Washington tra Donald Trump e Conte. E adesso, per ottenere un risultato ancora più proficuo, dovremmo riuscire a portare dalla nostra parte la Russia, che può essere un attore fondamentale nella crisi libica.

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