Non solo scontri settari, non solo tribù in lizza per il predominio in un determinato territorio, non solo il pericolo dei gruppi jihadisti e dell’ISIS sempre più incombente in molte aree del paese: in Libia il pericolo per la sicurezza nelle sue città arriva anche da ‘semplici’ bande armate di giovani, i quali non sono legati da alcuna affiliazione a determinate etnie od a determinati clan; la guerra nel paese africano, rischia di scivolare sempre più nel disordine più totale. Se in Siria il conflitto è sempre stato tra eserciti contrapposti, nell’ex colonia italiana da sei anni si combatte tra fazioni piccole o grandi armate nel 2016 in funzione anti Gheddafi; la totale assenza di istituzioni centrali, la non risoluzione delle più importanti problematiche, così come l’incapacità del governo installato dall’ONU a Tripoli di controllare il territorio, hanno fatto sì che a creare grattacapi a quel che rimane del potere libico sono piccole bande in grado di ottenere una notevole quantità di armi e munizioni.

L’aeroporto di Tripoli messo sotto scacco da una banda di ragazzi

Emblema di tutto ciò è quanto accaduto nella capitale nella giornata di martedì: in particolare, già dalle prime ore del mattino, intensi scontri si sono verificati nel quartiere di Kararat, non lontano dall’aeroporto Mitiga che, fino al 2011, era lo scalo più piccolo di Tripoli ma che dopo la distruzione di quello più moderno avvenuta nel corso del conflitto è diventato di fatto l’unico a poter ancora collegare la città libica con il resto del paese e del mondo. Alla notizia degli scontri, tra i cittadini ha iniziato a serpeggiare la sensazione di essere nuovamente al cospetto delle lotte tra le fazioni vicine al governo ONU di Al Serraj e quelle invece poste al fianco di ‘Alba Libica’, gruppo islamista capeggiato dall’ex primo ministro autoproclamato Gwhell; invece la situazione è subito dopo apparsa molto diversa: a fronteggiarsi, al cospetto di forze stipendiate dal Ministero dell’Interno, era una banda di giovani del quartiere sopra citato.

La battaglia è andata avanti per quasi tutta la giornata e l’intensità dei combattimenti a Kararat è stata tale da costringere, già in mattinata, le autorità aeroportuali di Mitiga a chiudere lo scalo; di fatto, Tripoli è stata isolata dal mondo per quasi 24 ore grazie alle azioni compiute da non meglio precisate bande di giovani, le quali non vengono descritte come ‘milizie islamiste’ o come gruppi legati a precise tribù od etnie. Semplicemente, in una Libia dove la circolazione delle armi non ha alcun controllo, anche un semplice gruppo poco organizzato può attaccare le forze di sicurezza; anche perché, come è ben noto, il governo di Al Serraj non può contare su vere e proprie forze di Polizia e né, tanto meno, su un vero e proprio esercito. Le milizie pagate e messe al soldo dell’esecutivo riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale, non riescono né ad imprimere autorità e né a mantenere sotto controllo la situazione; soltanto nella serata di martedì tutto è tornato alla normalità, al prezzo però di sei vittime (tra cui un civile, come riporta AgenziaNova) e di una giornata di isolamento per la capitale, visto che da Mitiga si è tornati a partire solo quando gli scontri sono definitivamente terminati.

Il rebus libico sempre più un problema per l’Italia

In tutto questo contesto quindi, poter ragionare su obiettivi di difesa comune tra Tripoli e Roma appare impresa ardua sia nel breve che nel lungo termine; del resto, quanto accaduto nella capitale libica nella giornata di martedì, è soltanto un esempio di quello che avviene ogni giorno nel paese africano: non c’è discussione, tematica od argomentazione vitale per le sorti del ‘Mare Nostrum’ che non debba passare per il pericoloso intreccio tra gruppi e fazioni che in questo momento compongono il mosaico della Libia. Se il delicato contrasto al fenomeno migratorio resta di fatto ‘appeso’ alle sorti delle lotte intestine alla città di Sabrata, quello della sicurezza dei principali terminal petroliferi appare altrettanto legato alle faide tra improvvisati gruppi a volte formati da tribù locali ed altre volte invece contraddistinti da mercenari pagati da Tripoli o da Tobruck.

Ricucire strappi e malumori interni, appare di per sé un’impresa molto ardua ed in special modo se si considera che nessuno in sei anni, da quando è cioè caduto Muhammar Gheddafi, è riuscito a ricomporre il quadro dell’ex colonia italiana; se, a tutto questo, si aggiunge il fatto che le divisioni nelle grandi città come nelle zone desertiche appaiono sempre più vistose, con anche gruppi e bande di giovani in grado di bloccare l’attività del principale aeroporto del paese, ben si comprende come lo scenario non sembra destinato a migliorare nel prossimo futuro. A livello politico però, da una siffatta situazione, c’è chi potrebbe uscirne vincitore: il governo di Tobruck, con il suo braccio militare guidato dal ‘Maresciallo di Libia’ Haftar, forte di una maggiore stabilità ritrovata presso le zone costiere della Cirenaica poste sotto il proprio controllo, si erge sempre di più agli occhi dei libici come l’unica forza in grado di poter sconfiggere le milizie jihadiste e riportare ordine in tutto il paese.

Tra Tripoli e la Cirenaica quindi, in un contesto dominato in lungo e largo dal conflitto e dalla frammentazione della società civile, è la regione orientale del paese in questo momento a sentire di meno il peso di una guerra che si trascina ormai da sei anni; dal canto suo, Al Serraj e le principali milizie ad egli collegate, sembrano al contrario in una situazione di sempre maggiore affanno.

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