L’Isis aveva promesso l’offensiva in Libia ed adesso, purtroppo, dalle minacce sembra che i miliziani jihadisti siano passati ai fatti; nella giornata di mercoledì infatti, un kamikaze si è fatto esplodere nei pressi del Tribunale di Misurata, terza città del paese ma soprattutto feudo delle milizie fedeli al governo di Al Serraj le quali, nel 2016, hanno contribuito alla cacciata del califfato da Sirte. Ma non solo: la tribù di Misurata, dopo la caduta di Gheddafi, è tra le più potenti del paese, ad essa appartiene l’attuale Ministro della Difesa Mahdi Al Barghati e, nel 2011, sono state proprio le brigate di questa città affacciata sul Mediterraneo a catturare l’ex Rais e ad ucciderlo. In poche parole, Misurata è in questo momento il centro politico e militare da cui passa una buona fetta della storia libica post gheddafiana e, per tal motivo, fino alle scorse ore era ritenuta anche la città più sicura: colpirla con un attacco kamikaze, ha per l’ISIS un valore simbolico molto importante.

L’attacco al tribunale

L’attentato è avvenuto nella consueta tragica maniera con cui i seguaci di Al Baghdadi attaccano i propri obiettivi più importanti: in particolare, alcuni attentatori suicidi si sono avvicinati al perimetro che delimita il Tribunale ed una serie di strutture che ospitano diversi uffici amministrativi di Misurata e, giunti in prossimità del cancello, si sono fatti esplodere. Una vera e propria ‘firma’ posta dall’ISIS, la cui agenzia di stampa Amaq non ha tardato a rivendicare l’azione ed a promettere future e più incisive mosse terroristiche all’interno del territorio libico; rivendicare subito la paternità dell’attentato, è stato un segno non solo della volontà di dimostrare la propria presenza nel cuore di una città ritenuta sicura, quale quella di Misurata, ma anche palesare una certa capacità d’azione in ogni angolo della Libia. Secondo le fonti di sicurezza delle milizie misuratine, gli attentatori entrati all’opera sono stati tre: in due sono riusciti a farsi esplodere, un altro invece è stato fermato in tempo.

L’attentato compiuto al tribunale è costato la vita ad almeno otto persone, ma ha ferito impiegati e passanti oltre che alcuni uomini in divisa appartenenti alla brigata di Misurata: l’attacco quindi, è riuscito nell’intento di infondere una certa impressione ed una certa paura tanto agli abitanti della terza città del paese, quanto agli stessi leader della milizia che la controllano e che, come detto in precedenza, compongono la spina dorsale della difesa fedele ad Al Serraj. Non solo quindi una presenza definitiva importante e pericolosa a sud di Sirte, lì dove nella provincia di Al Jofar vengono segnalati diversi campi di addestramento e centinaia di miliziani, ma anche la capacità di spingersi con alcuni propri gruppi anche nella città simbolo della Libia post Gheddafi e nel cuore del sistema difensivo del governo riconosciuto dall’ONU; è questo, senza ombra di dubbio, il principale segnale indicativo e da non sottovalutare che l’ISIS ha voluto lanciare, il quale ha messo in allerta anche la stessa Tripoli lì dove le autorità da subito hanno deciso di elevare la protezione attorno gli obiettivi più sensibili.

L’ISIS in Libia e le minacce agli obiettivi italiani

Uno dei primi commenti di condanna all’attacco di Misurata, è arrivato dall’ambasciata di Roma a Tripoli e non è un caso: nella città dove si è verificato il nuovo attentato dell’ISIS vi è una significativa presenza italiana da quando, a partire dall’estate del 2016, il nostro governo ha lanciato l’operazione ‘Ippocrate’ con la quale quale, nell’ambito della lotta al califfato a Sirte, ha addestrato le brigate di Misurata e le sue milizie ma ha anche costruito alcune importanti strutture, a partire dall’ospedale da campo. Subito dopo le esplosioni presso il Tribunale, l’ambasciata italiana attraverso un tweet ha espresso la propria condanna e la propria costernazione per quanto accaduto, mettendo a disposizione lo stesso ospedale da campo presente in città e ritenendosi pronta a dare maggiore supporto al governo di Al Serray; ma oltre che per esprimere la vicinanza alle istituzioni libiche, il repentino intervento della rappresentanza diplomatica italiana nel paese africano indica la preoccupazione circa possibili escalation al di là del Mediterraneo.

Le misure di sicurezza attorno la stessa ambasciata a Tripoli potrebbero essere rafforzate nelle prossime ore, come comunica AgenziaNova, e non è possibile escludere forti timori per la situazione che si potrebbe profilare nelle prossime settimane; qualora l’ISIS intraprenda azioni terroristiche su vasta scala gli obiettivi italiani, tra quelli occidentali, sarebbero i più esposti ad eventuali ritorsioni del califfato. Per via dei rapporti molto stretti tra Roma e la sua ex colonia, non sono pochi i luoghi di interesse strategico verso cui si potrebbero rivolgere le attenzioni dei jihadisti: è bene ricordare che in Libia sono presenti 300 soldati italiani, diverse strutture economiche e di presidio militare ed umanitario, come per esempio il sopra citato ospedale da campo di Misurata. Un ISIS più minaccioso in Libia, non può quindi che preoccupare anche le autorità italiane e non solo per lo spauracchio di avere i miliziani fedeli ad Al Baghdadi a pochi passi dalle nostre coste, ma anche per possibili minacce dirette ad obiettivi dell’Italia presenti nel paese nord africano.

Il ‘pasticcio’ del 2011 viene sempre più a galla: oggi la Libia è un puzzle dove si è costretti a districarsi tra tribù e milizie con alleanze che spesso sono discutibili sul piano etico; le stesse brigate di Misurata, a cui l’Italia dona supporto logistico, non sono certo esenti dall’essersi macchiati di gravi episodi di sangue, a partire dalla macabra uccisione dell’ex rais Gheddafi, o dal tessere alleanze con gruppi islamisti o comunque con miliziani dall’ambiguo posizionamento sul fronte della lotta al terrorismo. A distanza di sei anni dalla caduta del precedente governo, l’Italia è costretta a veder minacciata la sicurezza dei propri obiettivi in Libia e l’occidente intero non può far altro che osservare adesso come, all’interno del caos nord africano, gli unici ad essere riusciti a dilagare sono i gruppi legati al terrore.

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