La Libia preoccupa (e molto) Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha formato la sua cabina di regia per far fronte alla crisi libica riunendo Elisabetta Trenta, Enzo Moavero Milanesi e Giancarlo Giorgetti. Sono loro i tre interlocutori del premier per quanto riguarda il dossier libico, ormai al primo posto nell’agenda del governo. Ma non bastano certamente loro per cambiare le carte sul tavolo nordafricano: servono gli alleati internazionali. E ce n’è uno, in particolare, su cui l’Italia spera ancora di poter contare: gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il presidente Usa era stato quello più interessato a coinvolgere l’Italia nello scacchiere del Mediterraneo allargato, a tal punto che si era parlato direttamente di una cabina di regia congiunta italo-americana. Cabina di regia che però sembra essere completamente saltata per due ragioni: il disinteresse dell’amministrazione americana per la Libia e per alcune aree del Nord Africa, Libia compresa; alcune mosse italiane che hanno rotto l’asse che si era creato fra governo giallo-verde e amministrazione Trump, a partire dalla decisione dell’Italia di aderire alla Nuova Via della Seta. Decisione che non è piaciuta per niente a Washington e che è stata lì’inizio di una serie di annunci e avvertimenti da parte americana nei confronti di Palazzo Chigi su cui si è costruita anche una netta divergenza all’interno del governo.

Ma adesso è il momento dell’unità di intenti. Lo è sia all’interno dell’esecutivo, sia con i nostri alleati. L’Italia sta provando a trovare una quadra in una situazione che si evolve rapidamente di ora in ora e che, a quanto risulta dagli ultimi movimenti delle forze di Khalifa Haftar, non sembra certo volgere a favore dei nostri piani. Il generale ha sfondato la prima barriera del fronte a sud di Tripoli. E l’idea è che a questo punto il governo di Fayez al- Sarraj abbia le ore contate: e con esso la strategia italiana dei governi precedenti a quello attuale. Strategia che poteva avere una sola speranza, ovvero fare fronte comune con gli Stati Uniti che, utilizzando il piano delle Nazioni Unite, avevamo di fratto avallato la “pax italica” e la presenza di Sarraj come unico interlocutore e governo riconosciuto. Ma che adesso sembrano aver deciso di abbandonare il terreno anche per la decisione di Haftar di rompere gli schemi e quel patto americano che, come spiega Il Corriere della Sera, puntava a creare un governo di unità nazionale composto dalle principali fazioni libiche. Tramontata quell’ipotesi e con il generale alle porte della capitale, l’immagine delle forze speciali Usa che lasciano la costa nordafricana ha fatto capire perfettamente il pensiero del Pentagono: via dalla Libia.

Ma se per Washington la Libia è utile ma non fondamentale, allo stesso tempo la Casa Bianca e gli strateghi Usa sanno perfettamente l’importanza che riveste l’affaire Libia per Roma. Così, mentre il governo italiano prova a riallacciare i rapporti con gli Usa contattando il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton e l’ambasciatore americano in Italia Lewis Eisenberg, dall’altra parte è l’amministrazione americana a lanciare un curioso messaggio a Roma. E a mandarlo è il senatore Lindsey Graham, figura di spicco del Congresso americano, punto di riferimento per Trump in politica interna ed estera e che sarà a Roma da lunedì per una missione sulla sicurezza alimentare. Missione che, evidentemente, avrà tutto un altro scopo.

Al Corriere della Sera, il senatore dice qualcosa di molto importante: “Nel Nordest della Siria ci sono due rischi gravi: il ritorno dell’ Isis e il possibile scontro tra la Turchia e le forze democratiche siriane. Gli Stati Uniti stanno formando uno schieramento composto da interporre tra la Turchia e i curdi. Noi chiediamo all’Italia di partecipare, di contribuire con un contingente militare, insieme con la Francia, Gran Bretagna e altri. Chiediamo all’Italia di aiutare l’America a stabilizzare quella regione, sarebbe un segnale nella continuità della forte relazione che esiste tra noi e il vostro Paese che consideriamo uno dei nostri alleati più importanti”.

Una frase che sa di do ut des neanche molto velato, dal momento che quando si parla di Libia, lo stesso Graham fa capire che Washington può dare una mano: “È vero. Dovremo fare di più. Sarà mio impegno incalzare l’amministrazione Trump a essere più presente, più visibile. Posso già dire una cosa: il governo degli Stati Uniti è contrario a qualsiasi soluzione militare imposta da una delle due parti in conflitto, semplicemente perché non sarebbe sostenibile. Il Paese resterebbe nel caos. E le conseguenze si scaricherebbero sulla popolazione, ma anche sulla stabilità della Tunisia e dell’Egitto. Anche per l’Italia, naturalmente, ci sarebbero pesanti contraccolpi“.

Ma l’idea che trapela da Washington è molto semplice: gli Usa non hanno interesse a prendere il controllo della Libia, anche se ovviamente non possono disinteressarsene. Anche perché quella della Libia è una guerra per procura fra tutti alleati degli stessi americani: quindi la scelta non è scontata. Possono però provare a intervenire e solo se l’Italia dimostra di poter dare qualcosa in cambio. E questo qualcosa significa un possibile contingente nel nord-est siriano, come detto dallo stesso Graham, ma anche una netta presa di posizione sulla Cina (in particolare su Nuova Via della Seta e Huawei) e sul fronte di quello che il senatore americano ha definito “protezionismo europeo” e che a suo dire è dovuto in particolare alla Francia.

La guerra commerciale contro l’Unione europea è anche una sfida di Trump a Emmanuel Macron. Ed è per questo l’asse fra Italia e Stati Uniti può rafforzarsi: perché se gli Usa vogliono colpire gli interessi francesi, potrebbero partire proprio dalla Cirenaica. Washington è disposta a posare di nuovo gli occhi sulla Libia, ma a questo punto, sempre secondo Washington, è Roma a dover dare il primo segnale di avvicinamento.

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