L’ultima volta che sulla Libia si è parlato di “no fly zone” non è finita proprio bene. Era il marzo del 2011, in teoria i bombardamenti della Nato avviati su spinta francese ed inglese avrebbero dovuto garantire la “sicurezza” dei civili libici da presunti, e mai provati, abusi del regime di Gheddafi compiuti tramite raid aerei contro i manifestanti. Si sa invece com’è andata: è stata una vera e propria guerra compiuta contro il governo di Tripoli e che ha favorito l’avanzata di non meglio precisati gruppi di “ribelli”. In poche parole, quell’intervento volto ad assicurare una “semplice” no fly zone si è rivelato poi la causa dell’attuale destabilizzazione della Libia e della guerra che ancora oggi, a distanza di 8 anni, persiste nel paese nordafricano.

L’Europa torna a parlare di no fly zone

Ed oggi nel vecchio continente si è tornati a pronunciare quelle parole che, nel 2011, per i libici hanno avuto l’unico e ben più drammatico significato di “guerra”. Il Corriere della Sera nelle scorse ore ha confermato alcune indiscrezioni che, in ambienti diplomatici, trapelavano da alcuni giorni: l’Europa potrebbe lavorare per una no fly zone da imporre in tutta la Libia. Sarebbe questo l’ultimo tentativo di bloccare la spirale militare che, oltre a portare maggiori rischi di violenza in tutto il paese nordafricano, sta tagliando fuori dal dossier libico l’Italia e l’Europa in generale. Il conflitto iniziato per via dell’imposizione di una no fly zone adesso il vecchio continente lo vorrebbe bloccare con un’altra no fly zone.

L’obiettivo principale questa volta sarebbero i droni: la guerra in Libia è in gran parte per adesso combattuta con i velivoli senza pilota, piazzati in ogni angolo del paese. Sono operativi i droni turchi, inviati da Erdogan per aiutare il governo di Al Sarraj a bombardare le postazioni dell’esercito di Khalifa Haftar. Ma ci sono anche i droni cinesi, utilizzati dagli Emirati Arabi Uniti per aiutare il generale uomo forte della Cirenaica contro il governo di Tripoli. E poi ci sono quelli degli Stati Uniti che decollano da Sigonella e dal Niger, quelli italiani (uno di questi è stato abbattuto nelle scorse settimane), quelli russi, quelli francesi ed inglesi. I cieli libici dunque, sono intasati di velivoli senza pilota utilizzati in modo sia ufficiale che ufficioso da tutte le varie parti in causa.

Da qui l’idea delle diplomazie europee di provare a far entrare nuovamente le proprie aviazioni all’opera in Libia. Un modo per il vecchio continente di evitare la marginalizzazione di fronte all’oramai imperante iniziativa di Turchia e Russia, due paesi sempre più decisivi nel dossier libico. La no fly zone infatti, dovrebbe essere complementare al percorso diplomatico previsto con la conferenza di Berlino. Far correre parallelamente il binario politico a quello militare, con quest’ultimo da attuare con la no fly zone, potrebbe garantire all’Europa un ritorno sulla scena. Ed è in questa direzione che si starebbe muovendo l’Italia, con Roma che potrebbe fungere da testa di ponte per le diplomazie europee in Libia.

Le incognite

Di per sé l’idea, almeno in linea teorica, potrebbe apparire ambiziosa ma non del tutto errata. Il problema però è legato alle incognite. In primo luogo, il primo vero ostacolo potrebbe essere dettato dalla diffidenza dei libici e degli altri attori internazionali su una possibile no fly zone. In Libia ben conoscono, come detto ad inizio articolo, cosa ha voluto significare una misura del genere nel 2011. Ed agli occhi delle altre cancellerie internazionali la credibilità dell’Europa, da allora, anche grazie a quell’intervento contro Gheddafi è scesa ai minimi termini. C’è poi da valutare la tempistica entro cui attuare un’eventuale no fly zone: Erdogan è pronto, già dal prossimo 7 gennaio, a rendere operativo il suo piano di inviare truppe in Libia. E la presenza di un esercito, quale quello turco, a Tripoli non sarebbe proprio un toccasana per i piani europei di una no fly zone visto che Ankara è membro Nato.

E qui si arriva anche ad un’altra incognita: contro chi ed in che modo attuare l’operatività della no fly zone? Si dovrebbe minacciare di fatto la Turchia, membro per l’appunto dell’alleanza atlantica, oppure si dovrebbero mettere nel mirino le forze fedeli ad Al Sarraj, alleato dell’Italia e sostenuto da altri paesi europei, oppure ancora attuare la no fly zone bersagliando i mezzi di Khalifa Haftar, vicino alla Russia ed alleato dell’Egitto. Peraltro lo stesso Haftar ha ufficialmente già proclamato una no fly zone su Tripoli nei giorni scorsi, poco prima dell’annuncio dell’ora zero per la presa della capitale libica.

Forse il piano europeo potrebbe funzionare solo come deterrente, in vista di un’iniziativa diplomatica la quale però appare in salita per il vecchio continente. Incognite su incognite dunque, figlie dell’inattività di questi ultimi mesi sul fronte del dossier libico.

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