Se l’Italia rischia ormai di aver perso parte della sua influenza in Libia, è altrettanto vero che anche per la Francia le cose

non si siano messe affatto bene. Perché Emmanuel Macron, che aveva sperato nella leadership della transizione libica puntando tutto su Khalifa Haftar e su uno strano doppio gioco con il governo di Fayez al-Sarraj, si è ritrovato immischiato in un problema di non poco conto, cioè che Haftar rischia di aver sfruttato l’alleanza di Parigi per poi in realtà fare riferimento ad altre potenze. E Parigi, che continua a rafforzare i suoi rapporti con il maresciallo della Cirenaica inviando agenti dei servizi, consiglieri militari e mezzi militari, si ritrova a dover gestire una situazione potenzialmente esplosiva in cui finora ha ottenuto tre risultati: scalfito la leadership italiana, provocato l’ira di Tripoli e perso il controllo (che prima aveva quasi totale) su Haftar.

L’idea è che la strategia francese sia stata coerente sì, ma non estremamente lucida. L’avanzata repentina di Haftar su Tripoli – con il tentativo di blitzkrieg da parte dell’uomo forte di Bengasi – si è rivelata un boomerangper le aspettative d’Oltralpe, dal momento che non è certo stato solo per il via libera francese che il generale dell’Esercito nazionale libico è partito alla volta delle capitale. Le potenze coinvolte nell’avanzata dell’Enl sono molte e sicuramente la Francia ha un ruolo fondamentale.

Ma l’escalation di queste settimane ha anche dimostrato che Haftar non è solo: c’è l’Arabia Saudita, ci sono gli Emirati Arabi Uniti, c’è l’Egitto, c’è la Russia. E da qualche giorno è stato confermato anche una sorta di via libera da parte degli Stati Uniti, con Donald Trump che ha telefonato al maresciallo definendolo anche una sorta di pilastro nella guerra al terrorismo. In poche parole, quello che doveva essere una pedina della Francia si sta in realtà rivelando un giocatore molto più furbo e che risponde ad altre potenze medie e grandi. E nel gioco del Nord Africa, Parigi rischia di rimanere indietro, anche se sta facendo il possibile per evitare di perdere il controllo della situazione.

La situazione però appare sempre più complicata. E il dinamismo di Macron – che sta avendo come risultato principale quello di sabotare i piani dell’Italia – di fatto non sta portando risultati estremamente positivi a vantaggio della strategia francese. Sempre che il piano francese non fosse quello di volere esclusivamente ledere gli interessi di Roma a prescindere, in una sorta di rivisitazione del “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Perché è del tutto evidente che quello che sta accadendo in Libia dimostra che Parigi non può essere la potenza in grado di controllare la transizione del Paese nordafricano dopo il conflitto. A Tripoli, i manifestanti con i gilet gialli hanno da tempo dimostrato che la Francia non è considerato un Paese amico. E le immagini degli striscioni con il viso di Macron segnato di rosso indicano che la piazza della capitale libica è completamente contraria ai piani di Parigi. Sia chiaro, la piazza libica non è estremamente coerente: ma è ormai chiaro che Macron non possa più presentarsi come un leader straniero ritenuto potenzialmente a guida della transizione democratica. E il fatto che Haftar bombardi Tripoli, non depone certo  a favore di una leadership totalmente in mano al maresciallo della Cirenaica.

Insomma, l’idea è che la Francia abbia commesso non un errore di calcolo. L’Eliseo poteva scalzare del tutto l’Italia dalla Libia per ottenere il controllo del Paese, ma ha sbagliato su un punto: mostrarsi apertamente favorevole ad Haftar pur formalmente mantenendo il pieno rapporto con Sarraj. Una mossa che sicuramente ha leso (e non poco) i piani italiani. Ma che di certo può aver messo paradossalmente la parola fine alla strategia egemonica sulla transizione del Paese.

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