Sono proseguiti a Ginevra i colloqui politici per provare a giungere ad un accordo di cessate il fuoco tra le parti in Libia. Ma dalla città svizzera nelle ultime ore non è filtrato ottimismo, così come del resto era ben prevedibile alla vigilia degli incontri. In questo mercoledì, in particolare, alcune delegazioni sia del governo di Al Sarraj che dell’esercito di Khalifa Haftar si sono incontrate sotto l’egida della missione in Libia delle Nazioni Unite, guidata da Ghassan Salamé. Vertici che seguono i round di colloqui avviati con la cosiddetta commissione militare libica, riunitasi con il formato “5+5” ed insediata all’indomani della conferenza di Berlino.

Nessuna bozza di accordo

La situazione sul campo in Libia resta drammatica: la guerra procede, le forze vicine al governo di Al Sarraj e quelle comandate dal generale Haftar continuano a scontrarsi ed a Tripoli a livello umanitario i problemi appaiono ben maggiori che in passato. L’idea emersa soprattutto alla vigilia della Conferenza di Berlino, è quella di puntare ad un accordo su un cessate il fuoco permanente, in modo da portare poi l’intera discussione sul dossier libico sul tavolo diplomatico e politico. Per questo dunque si è scelto di procedere con la nomina di una commissione militare formata da cinque rappresentanti delle forze di Tripoli e cinque scelti dall’esercito di Haftar. Il fatto che sia dalla Tripolitania che dalla Cirenaica siano arrivate le designazioni per la commissione, è stato ritenuto già un passo importante. Ma dopo quel primo segnale parzialmente positivo, sui colloqui di Ginevra è nuovamente piombata la scure delle difficoltà che da mesi ingabbiano l’intera Libia.

Per la verità, dopo i colloqui di giorno 26, era filtrata l’indiscrezione circa una possibile intesa su una bozza di accordo per il cessate il fuoco. Una notizia che, vista la situazione sul campo e viste le reciproche diffidenze tra le parti, avrebbe avuto del clamoroso. Tuttavia, nelle scorse ore l’entità dell’indiscrezione è stata ridimensionata. Così come riportato dal sito Difesaesicurezza.com, in realtà a Ginevra ai rappresentanti libici intervenuti sarebbe stata presentata una semplice bozza redatta dalla missione Onu da presentare poi ai rispettivi leader. Tra le due delegazioni dunque, nessun contatto e nessun parziale accordo su un piano da condividere. Tutto appare anzi in alto mare, specialmente perché né da Tripoli e né da Bengasi trapela la disponibilità a trattare.

Assenti i rappresentanti di parlamento e consiglio di Stato

A conferma delle difficoltà insite nel percorso politico di Ginevra, vi è la mancata presenza di esponenti sia del parlamento insediato a Tobruk che del Consiglio di Stato. Il primo è l’ente formatosi con le elezioni del 2014 e riconosciuto dagli accordi di Skhirat del 2015 come “House of Representatives”, con base in Cirenaica. Il secondo invece è il parlamento formatosi con le elezioni del 2012, in gran parte in mano ai Fratelli Musulmani e che i sopra citati accordi di Skhirat hanno riconosciuto come Consiglio di Stato, una sorta di mini senato insediato a Tripoli. Quest’ultimo nel 2016 ha accordato la fiducia al governo di Al Sarraj, mentre invece la camera dei rappresentanti ha sempre rifiutato l’idea di riconoscere l’esecutivo. Due posizioni divergenti dunque, paradossalmente confluenti sul giudizio che attualmente viene dato dei colloqui di Ginevra: entrambi gli enti infatti hanno rifiutato per il momento di inviare propri rappresentanti.

Una circostanza che ha reso politicamente più deboli i confronti avvenuti nella città svizzera, con un conseguente primo parziale stop del processo in corso. E per adesso non si vedono all’orizzonte diverse prospettive. Il Consiglio di Stato sabato scorso ha fatto sapere di non vedere spiragli positivi e dunque di non voler inviare al momento alcun delegato. Nelle scorse ore invece, il portavoce della Camera dei Rappresentanti, Abdullah Bleihaq, ha dichiarato che prima di tornare sul tavolo delle trattative di Ginevra, il parlamento insediato in Cirenaica vorrà vedere soddisfatte alcune condizioni politiche rese note ai vertici della missione Onu. Dunque, i due organi parlamentari appaiono diffidenti circa il percorso politico sviluppato per il momento nella città svizzera e questo è un elemento che ben spiega le difficoltà di giungere anche ad un parziale accordo in Libia.

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