8.613 unità distribuite in 41 missioni: è questo il dispiegamento delle forze armate italiane nel mondo secondo quanto riportato dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Impegni che dicono molto della strategia italiana, sia diplomatica che esclusivamente militare, e che indicano cambiamenti significativi anche nell’approccio sugli scacchieri più caldi del Mediterraneo allargato e rispetto alle alleanze di cui fa parte l’Italia. A partire dalla Nato, certamente, ma con un sguardo sempre più chiaro verso i partner europei, a partire da quella Francia con cui il governo ha attivato decisivi canali di ambito militare.

Per l’Italia questo è un anno decisivo, ma è anche l’inizio di una fase di delicato riequilibrio del proprio impegno nelle aree più calde dell’Africa e del Medio Oriente. Restano gli storici impegni di Unifil e dei Balcani, così come in Afghanistan e in Iraq. Rimane l’impegno nelle acque antistanti la Libia con Irini, così come quello dei nostri uomini in Iraq (Paese che lo stesso governo ha tenuto a definire fondamentale per gli interessi energetici italiani e in cui il contingente viene rafforzato anche con l’arrivo di sistemi anti missile). Ma sono soprattutto due i focus su cui si è soffermato il governo: Libia e Sahel. Due territori estremamente complessi, difficili, dove scorrono sangue, petrolio e flussi di migranti. Dove l’Italia deve necessariamente essere nella partita prima che siano altri a decidere il suo destino. E la guerra a poche miglia dalle nostre coste lo sta dimostrando.

Un gioco di intrecci politici in cui l’Italia è un elemento necessario ma non sempre comodo, specialmente per i nostri partner come appunto i francesi, che più volte hanno messo in atto una politica a doppia faccia: contrasto – sommerso – alle nostre politiche africane e volontà di vederci coinvolti nei propri piani. Libia e Niger in questo senso sono esemplari. La Francia – e non certo dall’ascesa di Emmanuel Macron – non ha mai voluto che i militari e l’intelligence italiana fossero coinvolti troppo direttamente in quegli scenari. Considerano Roma un avversario strategico con cui fare affari, ma il rischio di essere scalzati è troppo elevato.

In Libia l’avversione francese verso Roma è stata abbastanza chiara non solo dall’inizio della guerra (evidenti gli interessi di Parigi a minare l’asse tra Roma e Tripoli ai tempi di Muhammar Gheddafi) ma anche dopo, quando il sostegno verso Khalifa Haftar da parte dell’Eliseo è apparso ormai palese. Mentre in Sahel le cose non sono andate troppo diversamente in quanto a “bastoni” francesi tra le ruote italiane con la missione italiana in Niger che è stata più volte resa ardua proprio dal contrasto della Difesa d’Oltralpe all’inserimento dei nostri soldati in Africa occidentale.

Ma le cose cambiano e anche la Francia si è resa conto dell’interesse ad avere l’Italia quantomeno non dall’altra parte della barricata: allo strapotere turco in Libia occidentale e con un Haftar indebolito e sempre più coadiuvato da Emirati e Russia, Macron preferisce la vecchia strategia italiana della pace guidata all’Europa. Mentre sul fronte del Sahel, pur restando in piedi a tutti gli effetti l’Operazione Barkhane, la Francia ha deciso di dover fare ricorso ai propri alleati (pur mantenendo sempre la supremazia) attivando la Task force Takouba, di cui farà parte un contingente italiano di circa 200 uomini. In questo senso, Francia e Italia – con molta fatica – sono costrette a dialogare per evitare il peggio: cioè che altre forze, esterne all’Europa, dettino la propria legge. E anche dagli Stati Uniti probabilmente è arrivato l’input a una maggiore collaborazione che si traduce anche nei recenti interventi Nato a sostegno delle missioni europee.

L’Africa sembra quindi tornata centrale quantomeno nelle missioni militari italiane. Lo conferma la Libia, dove Lorenzo Guerini ha sottolineato che le forze italiane sul campo sono fondamentali “per tutelare il personale italiano presente sul paese, e per tenere un canale aperto con il paese in relazione ad una crescente influenza di Ankara”. Una frase non certo di poco conto visto che l’Italia è a Tripoli proprio insieme alla Turchia. Segno che qualcosa non torna nella strategia del governo se da una parte lotta nello stesso campo della Libia con la Turchia ma pubblicamente ne condanna di fatto la crescente influenza. Ma anche questo fa parte del ginepraio libico, poca chiarezza e tanti giochi diplomatici in cui i militari italiani, impiegati tra Misurata e Tripoli, interpretano un ruolo difficilissimo e fondamentale. Così come la Marina che si trova a gestire non solo la missione Irini ma anche il controllo dei flussi migratori.

Marina che, sempre in Africa, sarà impegnata in un’altra missione molto importante, seppur secondaria per ora nel quadro degli interventi: quella nel Golfo di Guinea. Ulteriore segnale che l’Italia guarda alla Libia e cerca di inserirsi dove possibile per evitare di perderne totalmente il monitoraggio (dato per scontato che il controllo non può essere di Roma). Per adesso l’idea è di inviare una nave a sorvegliare le acque del Golfo dove non c’è solo l’Eni con i suo uomini, ma anche una pericolosa recrudescenza della pirateria: fenomeno che è già stato disinnescato (per ora) in Somalia ma che si sta rinvigorendo dove aumentano i traffici commerciali e petroliferi.

E sempre sul fronte di petrolio e mare, c’è un’altra missione che è stata per adesso messa da parte dall’Italia e che dimostra un certo tipo di rimodulazione degli interessi strategici italiani. quella nello stretto di Hormuz. Per ora, come sottolineato da Luigi Di Maio, il governo ha dato il “consenso politico” alla missione. Ma tutto sembra rimandato al 2021. Nessun intervento a Hormuz, quindi, dopo l’impegno preso anche con gli stessi francesi e che serviva a dare man forte all’operazione Sentinella attivata dal Pentagono. L’Italia è interessata a quel quadrante, specie all’Iraq, ma per adesso non sembra intenzionata a inserirsi nelle bollenti acque del Golfo Persico: il peggioramento della crisi libica, il Mediterraneo orientale in fiamme e il riassetto verso l’Africa indicano che la priorità italiane sono altre. Per ora.

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