Un accordo che prima era almeno solo sulla carta, adesso non ha più alcun significato nemmeno per ciò che resta della giurisprudenza libica e dello Stato nordafricano; il riferimento è al memorandum siglato, lo scorso 2 febbraio 2017, tra Italia e Libia alla presenza di Paolo Gentiloni e del premier libico riconosciuto dall’Onu, Fayez Al Serraj. Presentato, da ambo le parti, come punto di svolta del contrasto all’immigrazione irregolare, l’accordo ricalcava il trattato tra i due paesi siglato durante il governo Berlusconi con l’ex rais Gheddafi: da un lato, Roma dava a Tripoli soldi e mezzi per poter modernizzare la propria guardia costiera, dall’altro Tripoli si impegnava con Roma a garantire il controllo dei flussi di migranti irregolari in partenza dai propri porti. Subito però non sono mancate perplessità circa tale accordo, a partire dal fatto che Al Serraj controlla a malapena alcuni quartieri di Tripoli, né tanto meno ha a sua disposizione un esercito od una Polizia in grado di mettere in atto gli impegni presi con Gentiloni.Il ricorso che blocca la validità del memorandumCome detto in precedenza, al momento l’accordo Italia – Libia non esiste più nemmeno sulla carta; a Tripoli infatti, i problemi vanno al di là della mancanza di controllo del territorio da parte del premier imposto dall’ONU: alcuni giuristi libici, sei per la precisione e tra di essi figurano l’ex ministro della Giustizia del periodo immediatamente successivo alla caduta di Gheddafi, Salah Marghani, e l’attivista Ezza al-Maqhour, hanno presentato un ricorso presso la corte di giustizia amministrativa della capitale che, lo scorso 22 marzo, ha accolto le richieste ed ha dunque sospeso l’accordo. I ricorrenti hanno motivato la loro scelta di chiedere la sospensione, basandosi su due punti fondamentali: il primo, riguarda la legittimità di Al Serraj, il quale aveva un anno di tempo per ottenere la fiducia da parte del parlamento di Tobruck. Tale fiducia non è mai arrivata e quindi, anche se la comunità internazionale (e lo stesso governo italiano) continuano a considerarlo come unico capo riconosciuto dell’esecutivo libico, il mandato di Al Serraj dovrebbe considerarsi scaduto.In secondo luogo, i giuristi libici hanno sottolineato nel ricorso il non rispetto del Trattato di Amicizia tra Italia e Libia siglato nel 2008 a Bengasi, testo base per tutti i rapporti italo – libici ed a cui si richiama lo stesso memorandum nonostante il cambio di regime avvenuto con la guerra civile a Tripoli; in particolare, nel trattato di amicizia del 2008, i due paesi si impegnano a rispettare reciprocamente la sovranità e ad evitare rapporti che implichino impegni ed oneri sproporzionati a vantaggio di una delle due parti. Secondi i ricorrenti, per l’appunto, il memorandum firmato a febbraio a Roma tra Al Serraj e Gentiloni, implica degli oneri importanti per la Libia a cui non corrispondono dei vantaggi ed inoltre, sempre secondo coloro che hanno presentato il ricorso, con tale accordo si darebbe il via libera all’Italia di intervenire per il controllo dei confini marittimi libici, circostanza questa che violerebbe la sovranità del paese africano.La sospensione è già valida, anche se i giudici amministrativi libici si riservano di prendere una decisione definitiva soltanto dopo il processo che si terrà a partire dalle prossime settimane; in sostanza comunque, l’accoglimento del ricorso svuota di contenuti quel memorandum che, tanto a Palazzo Chigi quanto alla Farnesina (passando dal Viminale), è stato ritenuto da subito una pietra miliare nell’azione di contrasto all’immigrazione irregolare dalla Libia. A pesare su questo accordo, non è soltanto la non applicabilità dello stesso per via dell’impossibilità di Al Serraj di controllare effettivamente le sue coste, ma anche, da adesso in poi, una condizione giuridica che sospende a prescindere i suoi effetti.Cronaca di un fallimento annunciatoAl di là della sentenza del tribunale di Tripoli che, comunque, ha essa stessa una validità precaria in quanto anche le istituzioni giudiziarie libiche rimangono appese ad un filo nel marasma del fallimento dello Stato post Gheddafi, l’accordo con Al Serraj già da principio appariva come una mossa più propagandistica che realmente incisiva sulla realtà. Da un lato, presentando il memorandum alla stampa, Gentiloni sperava di poter rispondere alle critiche di poca operosità del suo governo nell’azione di contrasto agli sbarchi irregolari, dall’altro lato invece Al Serraj sperava, dopo la passerella romana concessa dal nostro esecutivo, di rafforzare una leadership che in Libia non appare compromessa soltanto agli occhi degli islamisti tripolini o delle forze fedeli a Tobruck ed al generale Haftar, ma anche tra gli stessi giuristi della capitale. L’Italia, in tal senso, paga un atteggiamento volto già da un anno ad appoggiare unicamente l’esecutivo voluto dall’ONU ed a forte impronta USA,  i cui limiti tanto operativi quanto rappresentativi sono stati palesi già dal primo momento successivo all’insediamento, avvenuto nel marzo 2016.

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