Si terranno il prossimo 10 dicembre le nuove elezioni presidenziali e legislative in Libia. Per ora si tratta solo di un accordo informale, ma il presidente francese ha già definito “un passo storico” e “una tappa chiave per la riconciliazione del Paese” l’intesa raggiunta stamattina all’Eliseo.

Non solo quella sulla data delle nuove consultazioni elettorali, ma anche quella per l’unificazione delle istituzioni libiche e il trasferimento della Camera dei Rappresentanti a Tripoli, sebbene, per ora, l’impegno delle parti resti soltanto verbale. “Abbiamo tutto l’interesse, per la nostra sicurezza, a lavorare per la stabilità della Libia”, aveva detto il presidente francese stamattina, mentre il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves le Drian apriva le porte del palazzo presidenziale alle personalità chiave del Paese: il premier del governo di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Salah e quello del Consiglio di Stato, Khaled Mishri.”Ci impegniamo a lavorare in modo costruttivo con l’Onu per organizzare elezioni credibili e pacifiche” e a “rispettare i risultati delle elezioni”, hanno dichiarato i quattro leader riuniti all’Eliseo. La firma della dichiarazione politica davanti alle telecamere è saltata, ma restano le buone intenzioni. Quanto basta a Rue du Faubourg Saint-Honoré per brindare all’uscita “dalla paralisi”.

Approfittando dell’impasse istituzionale italiana, il presidente francese Emmanuel Macron ha preso le redini del dossier libico ed ha radunato all’Eliseo i principali attori della crisi per stabilire l’agenda politica dei prossimi mesi. Tutti, o quasi, visto che le potenti milizie della Tripolitania, tra cui quelle di Misurata, Zintan Msallata, Janzour e la brigata dei rivoluzionari di Sabrata, hanno annunciato di non sentirsi “rappresentate dall’iniziativa francese”. “Un’ingerenza straniera”, così il raggruppamento di tredici eserciti che controlla la Libia occidentale ha definito la conferenza organizzata da Macron.

Tra gli obiettivi di Parigi, oltre al voto entro fine 2018, c’è anche quello di unificare i diversi gruppi armati sotto le insegne di un nuovoesercito nazionale libico e di rafforzare le istituzioni economiche con la creazione di un’unica banca centrale. Ma secondo gli esperti, come Lorenzo Marinone, del Centro Studi Internazionali (CeSI), più che a “normalizzare” i rapporti fra le parti in campo, Macron punta a consolidare la posizione francese nel futuro assetto del Paese nordafricano. Il summit di Parigi, infatti, sembra essere stato tarato appositamente per conferire “legittimità” e “garantire un ruolo centrale” al principale referente dell’Eliseo in Libia, il generale Haftar.

In questo senso può leggersi l’insistenza francese sulla chiamata alle urne entro il 2018, o comunque prima del referendum che ratifichi la Costituzione adottata nel luglio del 2017, visto che il dettato costituzionale libico impedirebbe all’uomo forte della Cirenaica di candidarsi alla presidenza, per via del suo esilio ventennale negli Stati Uniti. Al summit, organizzato in fretta e furia dallo staff del presidente francese, ha partecipato anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamés e i rappresentanti di 19 Paesi, tra cui l’Italia, che – forse per inviare un segnale di scetticismo rispetto all’iniziativa transalpina – ha mandato l’ambasciatrice in Francia, Teresa Castaldo, a seguire i lavori al posto del segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni.

Sulla vittoria della diplomazia francese, però, ci sono parecchie ombre. Dal boicottaggio delle potenti milizie della Tripolitania, che non ne vogliono sapere di essere messe in secondo piano da un’eventuale ascesa del generale alleato di Parigi, alle tensioni che potrebbero emergere all’interno dello stesso Esercito di liberazione nazionale di Haftar e tra leadership militare e politica della Cirenaica a fronte di una scalata dell’uomo forte di Tobruk ai vertici del Paese.

Senza contare, sottolinea la stessa analisi del CeSI a proposito del “nuovo panorama di attori legittimi di fronte alla comunità internazionale” che potrebbe scaturire dalle prossime elezioni di dicembre, che “è proprio la ricerca di una forma di legittimazione (e il tentativo di impedire che i rivali la ottengano) la causa principale di conflittualità in un Paese ancora a sovranità multipla come la Libia”.

Per questo l’accelerata di Macron rischia paradossalmente di acuire le tensioni tra i numerosi attori del mosaico libico. Il pericolo è quello di un effetto boomerang che potrebbe aprire ad una nuova fase di instabilità. E a pagarne le spese, sottolineano gli esperti, sarebbe soprattutto il nostro Paese. “La prospettiva di una divisione di fatto darebbe nuova linfa e spazi di manovra alle realtà jihadiste ancora radicate sul territorio – scrive Lorenzo Marinone – in quella terra di nessuno rappresentata dall’entroterra del Golfo di Sirte, lungo la linea di contatto tra Tripolitania e Cirenaica”.

Nuove tensioni interne alle principali fazioni, si tradurrebbero, inoltre, in un’ulteriore “frammentazione del tessuto sociale e tribale”, terreno fertile per traffici illeciti ed “economia illegale”, che, secondo gli analisti, porrebbero le condizioni per una ripresa su larga scala dei flussi migratori verso le coste italiane.

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