Dal pomeriggio del 16 novembre i negoziati in sede di Consiglio dell’Unione Europea per l’approvazione del bilancio pluriennale comunitario e del Fondo di Ripresa (Recovery Fund) sono entrati ufficialmente in stallo a causa del ricorso al diritto di veto da parte degli ambasciatori di Polonia e Ungheria. Il veto ha congelato la procedura di approvazione dei due pacchetti – che, sommati, ammontano a circa 1.800 miliardi di euro – ed è stato utilizzato per chiedere l’avvio di un dibattito su una clausola particolarmente controversa dell’accordo che, se introdotta, legherebbe l’accesso ai fondi alla salute dello stato di diritto.

La Germania, principale sponsor di tale clausola e presidente di turno del Consiglio dell’Ue, finora ha rifiutato ogni soluzione basata sul compromesso e assistito con diffidenza al graduale allargamento del fronte degli scettici, includente la Slovenia e appoggiato nel dietro le quinte da Portogallo, Lettonia e dal resto dell’alleanza Visegrad. Un ulteriore approfondimento della frattura, però, obbligherebbe Berlino a scendere a patti; per questo motivo si sta consolidando l’ipotesi di risolvere la disputa sullo stato di diritto in maniera drastica ed esemplare, ossia con l’esclusione di Varsavia e Budapest dall’accesso al Fondo di Ripresa.

La soluzione più drastica

È dai giorni successivi al 16 novembre che nelle stanze dei bottoni dell’Ue si discute della possibilità di ricorrere al mezzo più estremo per dirimere la controversia con l’asse Varsavia-Budapest, ossia con la sua esclusione dall’accesso al Fondo di Ripresa, ma le dichiarazioni pubbliche in tal senso sono aumentate in maniera repentina soltanto a partire da dicembre.

L’ultimo mese dell’anno, infatti, si è aperto con le dichiarazioni di eloquente intransigenza di Ursula von der Leyen, presidente dell’Eurocommissione, David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, Paolo Gentiloni, commissario europeo per l’economia, e Clement Beaune, ministro per gli affari della Francia.

Di escludere Polonia e Ungheria dall’accesso al Fondo di ripresa si è discusso esplicitamente, per la prima volta, nella giornata del 2. L’argomento è stato affrontato dalla von der Leyen e da Sassoli durante una conversazione telefonica. Sassoli, poi, il giorno successivo, durante l’evento “How Can We Govern Europe?“, pur non facendo menzione al dialogo avuto con la presidente della Commissione Europea, ha spiegato ai presenti che, per quanto “doloroso”, “si dovranno adottare decisioni a 25, perché non possiamo chiaramente fermarci”.

A Sassoli hanno fatto eco gli interventi di Gentiloni e Beaune. L’ex primo ministro italiano, intervenendo nella giornata del 4 alla conferenza sul Mediterraneo organizzata da Ispi e Farnesina, ha dichiarato che “lo stato di diritto non è un’opzione”, ragion per cui “andremo avanti senza di loro”.

Beaune, infine, nel corso di un’intervista rilasciata al Journal du Dimanche il 5, ha spiegato che non avrà luogo alcuna rinegoziazione della clausola che condiziona l’elargizione dei fondi allo stato di diritto. La questione, secondo Beaune, si concluderà con l’esclusione di Varsavia e Budapest dall’accesso al Fondo di Ripresa “qualora mantenessero il loro veto sul pacchetto”, perché “non sacrificheremo né il Fondo di ripresa né lo stato di diritto”.

La controversia, in breve

Il 16 novembre Sebastian Fischer, portavoce della presidenza di turno tedesca, spiegava che non è “sulla sostanza dell’accordo […] ma su un elemento del pacchetto” che gli ambasciatori di Varsavia e Budapest avevano posto il veto e bloccato il procedimento di approvazione per assenza di unanimità.

Quell’elemento a cui aveva fatto riferimento Fischer è la clausola di condizionalità che legherebbe in maniera indissolubile l’accesso ai fondi comunitari alla salute dello stato di diritto nel Paese richiedente, legittimando e comportando la possibile privazione e/o la sospensione dei suscritti anche nei casi in cui le violazioni non siano state accertate ma dove, comunque, “esista il rischio” che vengano compiute.

Salute dello stato di diritto non significa soltanto indipendenza e integrità dei tre poteri, in particolare quello giudiziario, ma anche stato di avanzamento di diritti civili e umani e volontà di conformarsi ai dettami europei per quanto riguarda tematiche come cultura e immigrazione. È soltanto a partire da questo premessa che si può comprendere e inquadrare l’ennesimo braccio di ferro tra i favorevoli al meccanismo di condizionalità, che si trovano sostanzialmente ad Ovest, e i suoi detrattori, che provengono da Est e sono rappresentati dal duo Varsavia-Budapest.

Secondo Fidesz e Diritto e Giustizia (PiS) a Bruxelles non starebbe avendo luogo una semplice battaglia politica, le motivazioni alla base della proposta tedesca di condizionare l’accesso ai fondi europei al rispetto dello stato di diritto sarebbero squisitamente ideologiche: le dirigenze liberali dell’asse Parigi-Berlino vorrebbero porre un freno alle agende conservatrici che caratterizzano l’alleanza Visegrad, in particolare Budapest e Varsavia. Ed è in termini di scontro ideologico che, infatti, sta venendo vissuto, letto e spiegato il dibattito sulla condizionalità nei due Paesi, che, recentemente, hanno dato il via ai lavori per la fondazione di un istituto sullo stato di diritto che sfidi e spezzi l’egemonia politico-culturale della visione liberale.

La proposta di Orban

Orban, all’indomani del veto, ha posto le condizioni per la formulazione di un accordo di compromesso e spiegato le ragioni alla base del suo forte scetticismo. Le condizioni riguardano l’introduzione di “criteri oggettivi [dello stato di diritto] e la possibilità di fare ricorso [contro la privazione dei fondi]”, e le ragioni sono altrettanto pragmatiche.

Secondo il primo ministro ungherese la decisione di attribuire un significato particolarmente fluido, e quindi strumentalizzabile, del concetto di stato di diritto spiana la strada al “ricatto con strumenti finanziari [contro] i Paesi membri che si oppongono all’immigrazione”. Ribadendo che l’Ungheria “sostiene ardentemente lo stato di diritto”, Orban ha anche lanciato un ammonimento della stessa natura di quello del presidente sloveno Janez Jansa, sostenendo che tale concetto può essere ampiamente utilizzato per perseguire fini politici e ideologici anziché meramente giuridici.

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