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Uno dei maggiori problemi della Repubblica Islamica iraniana è che l’economia non decolla nonostante il recente accordo Onu sul piano nucleare. Questo è accaduto perché sono state eliminate solamente le sanzioni secondarie, quelle decise dalle Nazioni Unite, contro le ambizioni nucleari della Persia prima dell’accordo, ma non le sanzioni primarie decise dagli Stati Uniti, dopo la rivoluzione islamica del 1979.

Queste prevedono che qualunque azienda che abbia rapporti economici con l’Iran non possa accedere al mercato statunitense o avere contatti con le sue aziende. Queste sanzioni fanno si che quasi tutte le grandi banche preferiscano avere rapporti con gli americani, piuttosto che con gli iraniani. Tutto ciò rende molto difficile finanziare qualunque progetto le imprese straniere vogliano fare in Iran. Certamente le sanzioni americane non hanno bloccato gli investimenti, ma li hanno sicuramente rallentati. Spesso sono le banche più piccole e meno legate al mercato americano a concedere prestiti a chi vuole investire Persia.

Di solito le aziende che vendono grandi progetti, come per esempio nel settore petrolifero o elettrico, sono pagate attraverso finanziamenti che gli iraniani ottengono da banche europee. Queste però per tutelarsi vogliono garanzie dal governo persiano attraverso le cosiddette “garanzie sovrane” che impegnano la banca centrale di un paese o il suo Ministero delle Finanze a subentrare nei pagamenti in caso essi non venissero ottemperati dalle aziende o enti che hanno ottenuto i prestiti. Il fatto che il governo di Rohani non le abbia per ora garantite ha finito per peggiorare la situazione. Ultimamente pare che l’esecutivo abbia deciso di garantirle almeno per gli investimenti statali, che però sono una minoranza.

Anche la politica di Trump e del governo israeliano, di rimettere in discussione l’accordo sul nucleare non aiuta.

Per ora sono i cinesi a fare la parte del leone nel Paese. Pechino, come per altro sia Mosca che Ankara, erano riuscite ad aggirare anche le ben più dure sanzioni dell’Onu, che di fatto bloccavano i pagamenti con l’Iran. Lo avevano fatto pagando il petrolio in merci o oro. Anche la Francia è riuscita a penetrare bene nel mercato iraniano. Il paese si spartisce con le nazioni asiatiche il mercato automobilistico locale. Marchi come Renault e Peugeot, per aggirare la legge iraniana che limita le importazioni di auto nel paese, le assembla in loco. La Francia ha anche da poco venduto all’Iran molti aerei con componentistica anche italiana. L’Italia, un tempo molto forte negli scambi commerciali con Teheran, perde invece posizioni. Anche se aziende come l’Ansaldo, che hanno sempre presidiato il mercato iraniano, stanno ottenendo buoni risultati e vi sono altre aziende che stanno progettando il ritorno nel paese. Le proteste di questi giorni potrebbero spaventare però alcuni investitori. Anche se proprio la rabbia della gente per la mancata rinascita economica potrebbe spingere il governo di Rohani a puntare ancora di più sull’apertura del paese al mondo per evitare nuove violente manifestazioni di rabbia per la crisi economica.

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