Agenda fitta di impegni per il ministro degli Esteri dell’India, Subrahmanyam Jaishankar, in visita a Washington per colloqui bilaterali indo-statunitensi dopo gli impegni a New York nell’ambito della 74esima sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha incontrato il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo nella giornata di lunedì. L’incontro è stato successivo anche alla prima riunione di livello ministeriale del formato quadrilaterale, con gli omologhi di Australia, Usa e Giappone avvenuto in occasione del summit tra il presidente Donald Trump ed il suo omologo indiano Modi.

Nella giornata di martedì, invece, Jaishanakar è stato ricevuto da Kevin McAleenan, segretario Usa ad interim per la sicurezza interna, con il quale, oltre ad aver discusso sugli scambi interpersonali – in particolare sulla mobilità degli studenti – ha avuto uno scambio di vedute in merito alla partnership strategica tra India e Stati Uniti.

Sempre durante la stessa giornata, il ministro degli Esteri indiano ha tenuto una conferenza al Csis (Center for Strategic and International Studies) sul tema “Prepararsi a una nuova era” in cui ha espresso un interessante punto di vista sulla politica globale che serve da chiave di lettura per comprendere i meccanismi di un mondo sempre più indirizzato verso il multipolarismo.

Amici che differiscono e concorrenti che cooperano

Il ministro Jaishankar ha evidenziato, infatti, la necessità di un cambiamento di approccio verso le tematiche globali. Partendo dalla considerazione che “il mondo sarà sempre più multipolare” e “nonostante l’acuirsi delle contraddizioni tra la Cina e l’Occidente, è difficile prevedere un ritorno a un mondo bipolare” il ministro indiano ha sottolineato come “Il paesaggio è ora cambiato irreversibilmente. Altre nazioni, tra le quali l’India, sono in movimento indipendentemente. La metà delle venti maggiori economie del mondo non è occidentale”.

“Ciò che emergerà sarà un’architettura più complessa, caratterizzata da diversi gradi di concorrenza, convergenza e coordinamento”, un assetto “non privo di rischi”, ha previsto Jaishankar, descrivendo un mondo di “nemici-amici”, ovvero di “amici che differiscono e concorrenti che cooperano”, una tendenza che attribuisce sia all’ascesa del nazionalismo che ad un minore impegno nelle alleanze, considerate “onerose”, e quindi più fluide o malleabili che dir si voglia.

In questa diversa era, ci sarà quindi – e c’è già – “convergenza con molti ma congruenza con nessuno”, come ha sintetizzato il ministro degli Esteri dell’India, evidenziando la sfida che attendono le diplomazie. In questo contesto Jaishankar ha inserito anche il suo Paese, impegnato contemporaneamente su due fronti trilaterali: uno con gli Stati Uniti e il Giappone (Jai) e l’altro con la Russia e la Cina.

“Prepararsi a un’era più competitiva e complessa richiederà una mentalità diversa”, ha avvertito l’esponente del governo di Nuova Delhi, citando tra gli esempi di questa nuova mentalità il cambiamento apportato recentemente nello Stato indiano di Jammu e Kashmir, recentemente annesso de facto all’unione indiana con il conseguente deterioramento dei rapporti con il rivale Pakistan.

Jaishankar in qualche modo è profeta di un cambiamento già in atto: questa visione fluida delle alleanze, che mette a fattor comune solo il reale interesse di un Paese rispetto a quello di un altro, è già realtà a dispetto di visioni – e analisi – manicheiste ormai del tutto obsolete, se già non lo fossero state in partenza.

Né buoni né cattivi ma solo utili o non utili

Le manifestazioni di questa dottrina sono già presenti – e lo sono sempre state dal termine della Guerra Fredda – nelle diplomazie mondiali. Uno degli esempi lampanti, oltre quello indiano che ci si adatta perfettamente come vedremo a breve, è dato anche dagli Stati Uniti e dalla dottrina trumpiana in politica estera.

Washington e Mosca, Washington e Pechino, possono essere avversari su vari fronti ma cercare comunque accordi, anche importanti, su altri dove confluiscono interessi di qualsiasi tipo, siano essi energetici, economici o semplicemente diplomatici nel senso più puro del termine.

Russia e Usa stanno cooperando, ad esempio, nella regione dell’Artico che pur rappresenta una nuova frontiera del confronto tra le due potenze mondiali: questa estate un pattugliatore russo dell’Fsb (che tra i suoi compiti ha anche la sorveglianza dei confini così come avveniva col Kgb) insieme ad un cutter dell’Us Coast Guard hanno condotto un pattugliamento congiunto nelle acque del Mare di Bering che separa la Russia dall’Alaska.

Su altri fronti, invece, i due Paesi sono avversari ma sempre per contingenze “locali”, mai in senso assoluto: non è un mistero che il presidente Trump abbia cercato, e cerchi ancora, di dialogare con il suo omologo russo Putin e, per quanto possibile, cerchi di evitare di ostacolarsi a vicenda in una sorta di riedizione in chiave moderna degli accordi di Yalta.

Anche l’India, così come la Cina, fa parte di questo meccanismo e forse ne è l’emblema più cristallino proprio perché non ha mai fatto parte dei due schieramenti che si opponevano durante la Guerra Fredda. Nuova Delhi guarda a Mosca con vivo interesse dal punto di vista energetico, commerciale e militare, mantenendo nel contempo ampi canali aperti con Washington, proprio in chiave di limitazione dell’espansionismo cinese, considerato pericoloso anche dagli Stati Uniti.

Anche con la Cina, però, l’India non ha mai del tutto mostrato un’aperta inimicizia auspicando e lavorando affinché si possa implementare la cooperazione bilaterale in ambito commerciale nonostante certe tematiche, come la questione dei confini della regione del Kashmir, restino insolute e non trattabili per entrambe le parti, in un gioco di equilibrio diplomatico che è funzionale – per il momento – alle visioni strategiche di entrambi.

Questa esigenza di avere rapporti “fluidi”, ben lontana dalla visione (erronea) manicheista che vuole i buoni da una parte e i cattivi dall’altra in senso assoluto, è una diretta conseguenza proprio del mondo multipolare che si è andato ormai delineando. La fine della separazione in blocchi contrapposti, la fine dell’antitesi tra sistemi economici diversi, ha creato, consequenzialmente, una pluralità di attori statuali che sono emersi sul palcoscenico globale una volta che sono stati rotti i passati equilibri che contribuivano ad “incatenarli”.

Il mondo è definitivamente cambiato e non è più pensabile affrontare un’analisi delle sue dinamiche usando ancora certi meccanismi passati a fare da filtro. Lo sanno gli Stati Uniti così come la Russia, la Cina o l’India.

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