Sono giorni duri per il Regno Unito, intento ad affrontare la sfida crescente del contagio da coronavirus. Il premier Boris Johnson e il ministro della Salute Matt Hancock, ovvero le due autorità apicali nella decisione delle politiche di emergenza, sono risultati contagiati dal Covid-19. L’economia rischia una dura botta, a cui Londra ha risposto varando un ampio pacchetto emergenziale. Nel contesto di una risposta sanitaria, politica ed economica che trova il consenso crescente della popolazione la risposta britannica potrebbe aver anche importanti ripercussioni geopolitiche.

Nel Partito Conservatore crescono infatti i malumori e le critiche nei confronti della Cina, ritenuta dai Tory come il Paese alla base dell’emergenza sanitaria che sta sconvolgendo il pianeta. Diversi alti papaveri del partito di governo ritengono necessario ripensare i legami tra Londra e Pechino alla luce degli sviluppi della crisi e dei presunti ritardi con cui la Cina avrebbe gestito le prime fasi dell’epidemia. A tal punto che lo stesso Johnson, deciso a rinforzare i legami con la Cina per rilanciare Londra nel contesto multipolare dopo la Brexit, potrebbe essere tirato per la giacca ed esser spinto a sacrificare in nome dell’unità del partito i legami strategici intessuti con l’Impero di Mezzo, compresa la crescente proiezione di Huawei nelle reti di telecomunicazione del Regno.

Business Insider segnala che il governo di Londra ritiene che Pechino abbia sottovalutato la diffusione dell’epidemia e volutamente celato il reale numero di decessi per l’epidemia in Cina, ritenuti essere in realtà decine di migliaia. E nonostante risulti poco credibile la cifra di 42.000 morti riportata da Radio Free Asia, centrale di propaganda occidentalista, la questione per i Tory è di principio: la Cina è ritenuta responsabile degli avvenimenti epidemici e deve subire una lezione.

La quarantena del Primo Ministro ha portato i membri più risolutamente anti-cinesi del partito a alzare il tono della sfida a Pechino. Michael Gove, cancelliere del Ducato di Lancaster (e d’ufficio ministro nel governo), ha spiegato, interpellato dalla Bbc ” che alcuni segnali dalla Cina su portata, natura e infettività del Covid-19 non erano chiari e ha criticato implicitamente le autorità di Pechino per la loro reazione iniziale”, fa notare Formiche. Gove “ha spiegato che la mancanza di informazioni da parte della Cina è stata una delle ragioni della lenta risposta internazionale”. 

Gove fa in un certo senso eco alle tuonanti dichiarazioni di Iain Duncan Smith, parlamentare dal 1992 ed ex leader dei Tory dal 2001 al 2003. Duncan Smith, in un’analisi pubblicata sul Daily Mail, ha invitato a riconsiderare il complesso delle relazioni sino-britanniche, spostando la questioni su piani non concernenti l’epidemia: il deficit commerciale, la questione delle mire di Pechino sul Mar Cinese Meridionale, il legame con gli Stati Uniti. Di fronte a voci tanto forti, è chiaro che il primo passo di un ridimensionamento del ruolo della Cina in Gran Bretagna, che molti si immaginavano prossimo a estendersi ai grandi progetti infrastrutturali del governo, partirebbe dal più strategico dei settori, con una graduale esclusione di Huawei dal 5G di Sua Maestà.

Dalla quarantena, Johnson dovrà ora scegliere le mosse da fare. Se i frondisti anti-cinesi dovessero mettere a segno il colpo di ridurre il legame tra Londra e Pechino, il primo ministro dovrà riuscire a gestire le conseguenze di una mossa che farebbe venire meno importanti capisaldi della sua politica per la “Global Britain“: reti di telecomunicazioni innovative e a basso costo, legami finanziari e strategici con Pechino, integrazione nei sistemi mondiali. Il recente, tempestoso colloquio tra Johnson e Donald Trump sul ruolo di Huawei in Gran Bretagna sembra lontano anni luce: il coronavirus ha accelerato dinamiche competitive a lungo sopite in nome degli affari e del commercio.

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