L’America cambia strategia sull’Iran: non più contenere ma cambiare il regime. Il principale strumento sono le sanzioni. Trump ha detto alle aziende di tutto il mondo che hanno da tre a sei mesi per tagliare i legami con l’Iran oppure andare incontro a sanzioni. Le esportazioni di petrolio, aumentate in seguito dell’accordo, stanno già diminuendo. Maersk, la più grande compagnia di navigazione del mondo, non prende più ordini per il petrolio iraniano. La Corea del Sud ha tagliato le importazioni di petrolio dall’Iran del 40%. L’azienda automobilistica francese Renault è una delle poche eccezioni. Ha deciso di rimanere sul mercato iraniano. Ma il presidente Hassan Rouhani, che ha firmato l’accordo nucleare, sta lottando perché il suo paese soffra il meno possibile.

Il 15 maggio il Tesoro americano ha definito il governatore della banca centrale iraniana un finanziatore del terrorismo. Gli iraniani della classe media stanno cancellando i viaggi all’estero. Ma hanno sempre antipatia per il regime e i religiosi stanno perdendo la loro base. A dicembre i poveri delle province sono scesi in piazza, denunciando la teocrazia. Nonostante gli sforzi per domare la protesta, la piazza infuria. Anche i mercanti dei bazar hanno scioperato, così come alcuni insegnanti. Il governo ha bloccato Telegram, una popolare app per social media. I giovani iraniani sono arrabbiati e protestano.

Ma secondo alcuni analisti il regime resisterà alla crisi. La sua economia è la 27esima più grande del mondo. Pompa 3,8 milioni di barili al giorno di petrolio. Muhammad Javad Zarif, il ministro degli Esteri, ha portato a Pechino e Bruxelles le sue idee per arginare le sanzioni americane. Si pensa alla creazione di una banca che commercia solo in euro e deposita le entrate petrolifere iraniane nelle banche centrali europee. Ma convincere gli europei a rinunciare ai mercati americani sarà difficile.

L’Iran sta cercando di mantenere l’Europa dalla sua parte. A corto di opzioni militari ed economicamente in difficoltà a casa, l’Iran sembra cercare la sua risposta all’escalation delle pressioni diplomatiche e militari da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, Israele e Arabia Saudita. L’obiettivo di Teheran è di smussare la capacità dell’amministrazione Trump di imporre sanzioni, mantenere la sua influenza in Siria ed evitare una guerra regionale. In altre parole Teheran sta lavorando per dividere l’Unione europea e Stati Uniti al fine di rendere le sanzioni americane inefficaci.

Intanto l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha ribadito che il suo rapporto del 2015 sulla storia del programma nucleare iraniano non ha trovato indicazioni attendibili sul fatto che l’Iran sviluppasse armi nucleari dopo il 2009. Ma alcuni in Iran pensano già a lucrare. Vedono nelle sanzioni la possibilità di riprendere l’attività di contrabbando. E c’è chi scommetterebbe in un prossimo cambio di regime, che potrebbe consistere anche in un colpo di stato.

Ma c’è chi è sostiene una strategia diversa, come Reza Marashi direttore presso il National Iranian American Council: “La stragrande maggioranza dei responsabili delle decisioni di sicurezza nazionale in Iran crede nella calibratura della risposta e nella dimostrazione della pazienza strategica”.

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