Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Iran, e a farne le spese è ancora l’Iraq. Lunedì scorso (23 settembre), alcuni razzi da mortaio hanno colpito la Green Zone di Baghdad, l’area internazionale che è sede delle ambasciate straniere. Uno di questi è caduto proprio al suo interno, vicino alla rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti.

L’attacco non ha causato nessun danno. Tuttavia il portavoce della coalizione anti Isis, il colonnello Myles B. Caggins, – il cui quartier generale si trova proprio nei pressi della zona colpita -, ha dichiarato che l’incidente non sarà sottovalutato, né dalle forze irachene né da quelle statunitensi. La coalizione “non tollererà attacchi contro il suo personale e le sue strutture, riservandosi il diritto di difendersi”.

Pur non essendo ancora identificato il responsabile dell’accaduto, le forze di sicurezza irachene avrebbero già localizzato l’area da cui è stato lanciato l’attacco: Hawr Rajab, situata nel sud di Baghdad, che ospita numerose basi delle milizie pro-iraniane.

Non si tratta di un incidente isolato: lo scorso 19 maggio un razzo da mortaio era caduto nei pressi della Zona Verde di Baghdad. Già in quell’occasione, Washington aveva puntato il dito contro Teheran, dichiarando che avrebbe “ritenuto l’Iran responsabile di tutti gli attacchi lanciati dai suoi proxy e avrebbe reagito di conseguenza”.

L’Iraq stretto tra due fuochi

Ormai, l’intero Golfo Persico è in fiamme. L’attacco con droni che il 14 settembre ha colpito le infrastrutture petrolifere saudite ha contribuito a danneggiare le relazioni tra il Regno e l’Iran. Pur essendo ancora in corso le indagini per accertare la responsabilità dell’accaduto e nonostante la rivendicazione ufficiale da parte degli Houthi – i ribelli che combattono nella guerra civile yemenita -, Stati Uniti, Arabia Saudita e alcuni Paesi europei hanno già puntato il dito contro Teheran.

Washington ha inviato ulteriori truppe in Arabia Saudita e sempre più Paesi, l’ultimo dei quali è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti, si sono uniti all’International Maritime Security Construct, la coalizione a guida statunitense che ha il compito di salvaguardare la sicurezza della navigazione nelle rotte del Golfo.

In questo quadro, l’Iraq ha molto da perdere. Ecco perché, stretto tra Stati Uniti e Iran, cerca di mantenere salde le relazioni con entrambe le parti. Da un lato vi è Washington, che conta almeno 5.200 uomini di stanza nel Paese mediorientale; dall’altro Teheran, con il quale Baghdad intesse profondi rapporti economici, commerciali e militari.

La strategia di Baghdad

Importante alleato regionale di Stati Uniti e Iran, da tempo l’Iraq è diventato il teatro di una corsa tra i due Paesi, fondamentali per combattere contro lo Stato islamico prima, per ricostruire la nazione poi. In tutto ciò, Baghdad ha optato per una posizione neutrale, assumendo, dove possibile, anche il ruolo di mediatore tra le parti in conflitto.

Pochi giorni fa, l’Iraq ha rifiutato la proposta di unirsi alla coalizione a guida Usa che monitora le rotte del Golfo persico, affermando che la responsabilità di garantirne la sicurezza spetta ai Paesi della regione; una prospettiva gradita a Teheran che, proprio in questi giorni, in occasione della 74esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proposto un piano per la sicurezza del Golfo – l'”Hormuz Peace Endeavour (Hope)” -, che prevede la formazione di una “coalizione per la speranza“, formata da tutti i Paesi del Golfo.

Per cercare di favorire una riappacificazione tra le parti, mercoledì 25 settembre, il primo ministro iracheno, Adil Abdul Mahdi, ha incontrato a Riad il re Salman e il principe ereditario, Mohammad Bin Salman, per discutere di sicurezza nel Golfo Persico e, più in generale, in Medio Oriente.

A livello nazionale, invece, l’Iraq sta cercando di potenziare i propri apparati di difesa, con lo scopo di prevenire future violazioni del suo spazio aereo. Il 24 settembre scorso, il Parlamento iracheno ha approvato la creazione di un’autorità nazionale con il compito di gestire la produzione di armi, in modo da raggiungere l’autosufficienza militare, riducendo la dipendenza dall’estero.

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