C’è un nuovo fronte caldo della guerra intrapresa dallo Stato Islamico in ogni parte del mondo: l’Afghanistan. Con la fine del Ramadan, e la celebrazione del Eid al-Fitr, lo Stato Islamico del Khorasan – la regione che vorrebbero creare i seguaci del Califfo in Asia Centrale – ha proclamato la sollevazione generale dei combattenti dell’Isis in tutto il Paese contro i Talebani. Secondo le parole della propaganda dello Stato Islamico, i Talebani rappresenterebbero “marionette in mano agli infedeli”, come riportato dall’agenzia Tasnim, e che dunque sarebbero diventati di conseguenza nemici del popolo afghano, traditori dell’Islam, e condannati a morte e alla confisca delle loro proprietà disseminate in tutto il territorio.

L’annuncio dell’Isis che chiama alle armi tutti gli afghani contro i Talebani, si inserisce nel contesto di una sempre più chiara escalation di tensione tra queste due opposte fazioni di combattenti, che rappresentano ormai due visioni radicalmente diverse sul futuro dell’Afghanistan. Il proclama del Califfato è una risposta alle parole del portavoce talebano Zabihullah Mujahid, che nelle ultime settimane aveva annunciato un approccio più diplomatico nei confronti del governo afghano per frenare la minaccia dello Stato Islamico. Una collaborazione, quella fra Talebani e governo di Kabul, che ha destato non poche perplessità, ma che dimostra, ancora una volta, la complessità dello scenario afghano nel contesto già difficile della guerra al terrorismo. L’ultimo episodio bellico, e cioè la conquista da parte dell’Isis della storica postazione talebana di Tora-Bora, è la dimostrazione di come questo scontro sia ormai diventato fondamentale nella strategia da seguire nel Paese.

La presenza dello Stato Islamico in Afghanistan è tuttora limitata a d alcune aree, ma la fine dell’esperienza del Califfato in Siria e in Iraq potrebbe spingere migliaia di miliziani a intraprendere la via di Kabul per unirsi alla guerra per la conquista del Khorasan. La minaccia è particolarmente grave. Lo stesso portavoce talebano, sempre rivolgendosi all’agenzia di stampa Tasnim, ha detto che il fenomeno è ancora circoscritto, e dunque facilmente risolvibile, ma che in futuro potrebbe deflagrare con tragiche conseguenze per tutto il popolo afghano. A destare preoccupazione nei confronti di questa minaccia è in particolare la presenza di migliaia di uomini non afghani che stanno raggiungendo il Paese: foreign fighter da tutto il mondo arabo, nordafricano, ma anche dell’Asia centrale che vedono nel vuoto amministrativo e di potere di Kabul un terreno fertile per inserirsi e costruire un nuovo fronte dello Stato Islamico.

Per evitare questa tragica evoluzione dell’Afghanistan, i Talebano sono pronti non soltanto a collaborare con il governo centrale di Kabul, ma anche, soprattutto, a scendere a patti con il principale nemico della guerra di liberazione: gli Stati Uniti. Senza la fine dell’occupazione statunitense, per i Talebani non ci potrà essere una soluzione né al conflitto afghano né alla potenziale invasione dello Stato Islamico. Proprio per questo, lo stesso leader Mawlavi Haibatullah Akhundzada, in un messaggio di celebrazione della fine del Ramadan, ha chiesto a Donald Trump di tentare ogni via diplomatica per far finire la guerra. Parole che però sembrano essere molto discordanti con i messaggi che arrivano da Washington, in cui si parla ormai sempre più costantemente d’invio di contingenti di rinforzo alle forze già presenti sul suolo afghano. Ancora non è chiaro quanti potranno essere i soldati inviati nel Paese, ma fonti accreditate parlano di un numero compreso tra le tremila e le cinquemila unità.

Come in Siria e in Iraq, anche in Afghanistan la partita sembra in realtà giocarsi fra tre potenze: Stati Uniti, Iran e Russia. I Talebani, che hanno fatto del tatticismo la loro politica di forza per ottenere quanto più possibile in questa guerra, hanno tentato un approccio diplomatico con la Casa Bianca, ma da tempo tessono relazione sia con Mosca sia con Teheran. I due Stati rappresentano, infatti, preziosi alleati nella guerra contro il Califfato. Gli Stati Uniti da mesi accusano il Cremlino di essere entrato prepotentemente negli affari interni dell’Afghanistan, ma questo è più che altro un risultato della disastrosa exit strategy promossa da Barack Obama. Del resto, che l’Afghanistan sia un Paese che la Russia ritiene d’interesse strategico, non è qualcosa di cui potersi sorprendere. Contemporaneamente, l’Iran ha iniziato ormai da anni un profondo radicamento nel territorio afghano, grazie anche alla presenza della milizia hazara – di confessione sciita- che permette di avere un canale di comunicazione fondamentale con tutto l’apparato statale e dei miliziani dell’Afghanistan. Tutto quanto a conferma di come lo scontro tra Stati Uniti e Iran, con la Russia come attore e osservatore, si stia replicando anche su suolo afghano.

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