Tanti dettagli che, assieme, fanno una sola ed inquietante certezza: l’ISIS in Libia non è affatto scomparso, né tanto meno appare battuto od indebolito. Il califfato indietreggia tra Siria ed Iraq, ma adesso vede nel nord Africa la propria base con l’Europa nel mirino e con, soprattutto, la possibilità di poter dare fiato ad una propaganda che negli ultimi mesi si era dovuta arrendere all’evidenza degli indietreggiamenti territoriali in Mesopotamia. Il quadro che è emerso da una conferenza stampa dove il Procuratore generale di Tripoli, associato quindi alle istituzioni facenti capo al governo di Al Serraj, ha illustrato dati alla mano e per mezzo anche di precise didascalie le peculiarità dell’ISIS in Libia è, al tempo stesso, tanto semplice quanto allarmante: il califfato nell’ex colonia italiana è stato, durante le avanzate del 2016, molto organizzato e ben ramificato e ad oggi esso può costituire ancora una minaccia sia per i libici che soprattutto per l’Europa e per l’Italia.

L’organizzazione dell’ISIS in Libia

Libici ma anche foreign fighters: il califfato nel paese nordafricano si è insediato grazie all’apporto tanto di cittadini locali, spesso milizie islamiste che hanno poi sposato la causa di Al Baghdadi, quanto di combattenti arrivati dall’estero ed in special modo dalle vicine Tunisia ed Algeria. La genesi dell’ISIS in Libia è frutto quindi di risorse ‘interne’, dentro le quali vanno annoverate anche tribù locali, ed esterne al paese; questa è il primo punto tracciato durante la conferenza stampa dal Procuratore Saddiq al Sour, le cui conclusioni sono figlie di una lunga indagine partita con gli interrogatori dei miliziani jihadisti catturati a Sirte nell’estate 2016. Il più importante contributo alla fondazione dell’ISIS lungo le coste mediterranee libiche, lo hanno dato quei miliziani che già dal 2011 si erano rafforzati quali rappresentanti di Al Qaeda nel paese; in poche parole, i terroristi libici che hanno tolto la casacca della rete del terrore di Bin Laden abbracciando la bandiera nera del califfato, hanno composto la spina dorsale iniziale dello Stato Islamico.

In seguito, tra il 2015 ed il 2016, sfruttando l’instabilità del territorio libico rimasto senza un governo centrale, lungo l’asse che dal Sudan porta nel cuore del Sahara cirenaico da un lato e lungo quello tunisino ed algerino dall’altro è giunto il cospicuo flusso di combattenti stranieri che hanno permesso all’ISIS di ramificarsi; è così che, nella primavera del 2016, le bandiere nere hanno iniziato a sventolare a Derna ed in alcune località costiere dell’est del paese, ma soprattutto in quella Sirte elevata per un certo periodo quale ‘capitale’ del califfato in Libia. Proprio nella città natale di Gheddafi, l’ISIS ha iniziato a mettere in piedi una vera e propria organizzazione statale: sono stati fondati infatti ben otto ministeri, con a capo altrettanti cittadini stranieri (provenienti da Arabia Saudita, Senegal, Eritrea, Marocco ed Egitto), così come sono stati aperti diversi locali di rappresentanza in tutto il territorio controllato; erano state istituite anche le ‘Brigate del Sahara’, dentro le quali convogliavano i membri delle tribù del deserto decise a lottare per la causa jihadista.

Ma nel momento di maggiore espansione dell’ISIS in Libia, non è stato creato soltanto un embrione di una vera e propria entità statale; i leader del califfato libico infatti, hanno dato vita nel 2016 all’istituzione di cellule all’interno delle principali città del paese: a Tripoli il locale gruppo con la bandiera nera è stato retto dal libico Abdul Raouf al Taumi, a Bengasi invece da Mohammad al Boroussi, un altro libico, il cui nome corrisponde ad Osama Salim, ha fondato la cellula attiva a Zintan prima della sua eliminazione grazie ad un raid USA nell’agosto dello scorso anno. Tutte queste fazioni, come ha tenuto a rimarcare il Procuratore libico, sono state composte tanto da miliziani locali quanto da foreign fighters, con cittadini tunisini ed egiziani a rappresentare i gruppi più numerosi.

Il pericolo che arriva dal nord Africa

La formazione del califfato nell’ex colonia italiana non ha mai destato una grossa sorpresa per gli analisti, del resto i gruppi più radicalizzati sono emersi dopo la deposizione di Gheddafi nel 2011 e proprio il terrorismo libico ha avuto un ruolo importante nella destabilizzazione non solo del paese ma anche di altri contesti sconvolti dalla primavera araba; basti pensare, ad esempio, che in Siria il gruppo estremista Katibat al Battar al Libi, costituito da libici, ha rappresentato un punto di riferimento ed una base importante per tutti i foreign fighters impegnati nella guerra contro il governo di Assad. Nei campi di addestramento del gruppo sono passati personaggi del calibro, ad esempio, di Abdelhamid Abaaoud e cioè di una delle menti degli attacchi di Parigi del novembre 2015; i jihadisti di Katibat al Battar al Libi sono poi confluiti all’interno dell’ISIS e dunque non hanno potuto suscitare clamore le notizie riguardanti la costituzione di un primo nucleo del califfato in Libia.

I raid statunitensi compiuti a Sirte nell’agosto del 2016 hanno aiutato i miliziani di Misurata, erroneamente indicati come esercito al servizio di Al Serraj, ad avanzare nella città natale dell’ex rais libico e cacciare da lì gli estremisti tranciando quindi anche il progetto dell’istituzione di un’entità statale del califfato in Libia. Pur tuttavia in quell’occasione l’ISIS non è stato del tutto eliminato dalle sponde africane del Mediterraneo; i miliziani fedeli ad Al Baghdadi si sono semplicemente spostati più a sud ed è lì che si stanno riorganizzando. Il 17 settembre il Wall Street Journal ha fatto riferimento ad alcune fonti del Pentagono per indicare una massiccia presenza dell’ISIS nell’area desertica di Joufra, circa 100 km più a sud da Sirte; il 27 settembre, dopo quindi dieci giorni, proprio nell’area di Joufra si è avuto un raid da parte degli USA in cui secondo il Pentagono sarebbero state distrutte diverse basi jihadiste controllate dall’ISIS. Il tutto mentre, lo scorso 23 settembre, in un video alcuni miliziani tunisini rivendicano attacchi nel cuore del deserto libico contro le truppe del generale Haftar minacciando, tra le altre cose, l’Italia.

Appare quindi evidente come, nel deserto a sud delle coste della Cirenaica, qualcosa si stia muovendo; non solo: è proprio dalla Libia che è partito con destinazione Regno Unito Salman Abedi, colui che lo scorso maggio si è fatto saltare in aria durante un concerto a Manchester, mentre in numerose indagini compiute nel resto del vecchio continente, saltano spesso fuori legami con cellule attive in Libia, composte da libici o da foreign figthers arrivati nel paese africano. Possibile ricostituzione di un mini califfato nel deserto e facilità di spostamento ed organizzazione dei tanti gruppi jihadisti presenti nel territorio: è su questo doppio binario che corre l’allarme circa i pericoli derivanti dalla presenza dell’ISIS in Libia, un problema che non può essere ignorato in primis dall’Italia, dirimpettaia e diretta interessata dalle evoluzioni sempre più intricate interne al panorama libico.

Le indagini presentate dal procuratore di Tripoli pongono una base importante per ricostruire dinamiche e movimenti del califfato lungo le coste mediterranee, ma la vera preoccupazione è al momento data dall’evidenza del fatto che, nonostante raid ed addestramenti di milizie locali, l’ISIS è ancora presente e, forse, anche più minaccioso.

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