Gli Stati Uniti hanno avvisato chiunque: dalla Francia di Emmanuel Macron alla Russia di Vladimir Putin, dalla Germania di Angela Merkel all’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman. Tutti i più importanti governi, europei e non, erano a conoscenza del raid Usa in Iraq contro Qassem Soleimani. Tutti tranne l’Italia, condannata dallo storico alleato americano a una bruciante irrilevanza politica. Lo schiaffo rifilato dalla Casa Bianca a Giuseppe Conte è messaggio chiaro: non ci sono i presupposti per fidarsi del governo giallorosso. Un esecutivo che negli ultimi mesi ha dato dimostrazione a Washington di essere ambiguo oltre ogni limite possibile e immaginabile, tra i flirt con Xi Jinping, la solidarietà al Venezuela di Nicolas Maduro e ora l’incertezza di appoggiare Trump sul raid che ha provocato la morte del generale iraniano Qasem Soleimani. Insomma, al momento la considerazione di Trump nei confronti dell’amico “Giuseppi” è ampiamente al di sotto dello zero. Ma attenzione, perché gli Stati Uniti, oltre a non aver avvisato Conte, non hanno neppure fatto uno squillo alla Farnesina di Luigi Di Maio. Insomma, per il nostro Paese si è trattato di un vero e proprio disastro diplomatico, a buona parte del quale hanno contribuito esponenti del Movimento 5 Stelle.

Italia sempre più marginalizzata

I pentastellati non hanno alcuna posizione in politica estera oppure, nei rari casi in cui dimostrano di avere uno straccio d’idea, sono attratti da tutti i Paesi tranne che dagli Stati Uniti. Riguardo l’attacco americano all’aeroporto di Baghdad, basti pensare che mentre le cancellerie di mezza Europa si attivavano, ciascuna a suo modo, per tessere contatti, attivare canali diplomatici, studiare dossier, preparare strategie, Di Maio, a blitz ormai avvenuto, si limitava a rilasciare un banale comunicato nel quale invitava alla “massima moderazione” gli attori coinvolti in Medio Oriente. E meno male che, come amava ripetere l’esecutivo giallorosso, senza la presenza di Matteo Salvini al governo l’Italia aveva recuperato “forza, credibilità e considerazione” in Europa e nel resto del mondo. La realtà è che Conte è sempre più allo sbando. Il premier ha utilizzato un’intera intervista concessa al quotidiano La Repubblica per “diluire” il ruolo dell’Italia all’interno di una generica missione europea sul territorio iraniano, necessaria per evitare “un’ulteriore escalation” e scongiurare il rischio di “superare un punto di non ritorno”.

La vera debolezza dei grillini

“È prioritario promuovere un’azione europea forte e coesa per richiamare tutti a moderazione e responsabilità, pur nella comprensione delle esigenze di sicurezza dei nostri alleati”, ha spiegato Conte senza sostanzialmente proporre alcuna soluzione concreta. Già, perché proprio come accaduto sul dossier Libia, l’Italia non ha un piano.

La prima e unica mossa del premier è stata quella di telefonare alla Merkel, cercando conferme dalla cancelliera. Roma resta dunque un soggetto marginale, che per contare qualcosa deve per forza di cose farsi dirigere da qualcuno che sappia cosa fare (leggi come Germania o Francia). E così, mentre Matteo Salvini dal canto ha dimostrato di avere una ricetta, buona o sbagliata che sia – appoggiare incondizionatamente Trump – il Movimento 5 Stelle è sempre più diviso proprio come l’Unione europea. Di Maio ha detto in una diretta Facebook – e rivolgendosi al presidente americano – che “chi crede che la strada sia la violenza, è fermo al passato o non ha ancora compreso le lezioni della storia”. Di Battista ha apertamente concesso il suo endorsement a Teheran dicendosi pronto a visitare il Paese degli ayatollah. E poi c’è Conte, che prosegue nel suo sempre più traballante equilibrismo.

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