C’è il marchio italiano in una delle più grandi infrastrutture che attualmente in Africa è al centro di una delle più intense discussioni politiche. Per gli etiopi è la diga della “rinascita”, per gli egiziani quella di una possibile disfatta economica e sociale. Fatto sta che l’opera, formata da strutture avveniristiche situate non lontana dal confine con il Sudan lungo il corso del Nilo Azzurro, si presenta come una delle più imponenti dell’intero continente. A costruirla è stata l’italiana Impregilo, oggi nota con il nome di WeBuild. Un esempio delle potenzialità del nostro Paese in un’Africa che, seppur tra mille difficoltà, sta costruendo un po’ ovunque tante infrastrutture. Potenzialità però spesso non del tutto espresse e limitate a piccole isole felici.

L’Africa ha fretta di correre sull’alta velocità

Sono due gli elementi che hanno storicamente frenato lo sviluppo infrastrutturale dell’Africa. Da un lato la carenza di collegamenti verso i continenti vicini, dall’altro la precarietà dei collegamenti interni. Su quest’ultimo fronte a pesare sono anche le tensioni politiche tra diversi Paesi e la presenza in diverse aree di territori difficilmente controllati dai vari governi. Il continente fa comunque gola: prima del Covid anche qui i tassi di crescita erano importanti e in diverse macroregioni si è assistito, nel corso degli ultimi decenni, all’insediamento di una più nutrita classe media. Questo ha voluto significare l’ampliamento della platea di potenziali nuovi consumatori africani e dunque la necessità di far arrivare più velocemente le merci. Al fianco ovviamente dell’importanza di velocizzare i movimenti che coinvolgono l’esportazione dall’Africa delle principali materie prime.

Per questo in tutto il continente sono sorti progetti e cantieri volti a costruire nuove linee ferrate. L’obiettivo di diversi governi è quello di collegare velocemente le principali capitali con i principali porti del continente. Un primo esempio è dato dall’inaugurazione nel 2017 della linea Nairobi – Mombasa. Un tragitto tutto interno al Kenya grazie al quale dalla capitale, città in grande espansione nel contesto africano, è possibile raggiungere il grande porto sull’Oceano Indiano nel giro di poche ore. Prima invece per persone e merci in viaggio occorrevano anche diversi giorni. Molto simile a questo esempio è il caso etiope: da Addis Abeba in 12 ore è adesso possibile raggiungere Gibuti, il cui porto è quasi dirimpettaio al Golfo di Aden. Ma il primo Paese africano ad avere l’alta velocità è stato il Marocco grazie all’apertura della ferrovia tra Tangeri e Casablanca. Altri progetti riguardano la Nigeria, il Senegal, l’Uganda, oltre che l’Egitto. Non solo alta velocità, ma anche recupero e valorizzazione delle vecchie linee ferrate coloniali: l’Africa ha fretta di muoversi.

L’importanza per l’Italia di avere un’agenda

Tra le due principali opere ferroviarie africane, quelle cioè sviluppate in Kenya ed Etiopia, vi è un punto in comune: la progettazione, la costruzione e la gestione delle opere è in mano cinesi. E c’è sempre l’ombra di Pechino anche negli altri progetti inerenti l’Africa. Una circostanza che non vale soltanto per le ferrovie, ma anche per le grandi arterie viarie. In molti casi è la Cina a fare la voce grossa. Da qui l’esigenza di una riflessione per l’Italia. Il nostro Paese vanta una grande tradizione ingegneristica e di costruzioni. Se da un lato è vero che negli ultimi anni siamo stati più famosi per i ritardi della Salerno-Reggio Calabria e per il crollo del viadotto Morandi, è anche vero che nel dopoguerra la penisola è stata ricostruita da cima a fondo nel giro di pochi decenni. L’Italia nel settore ha accumulato un know how importante e un’esperienza di prim’ordine.

Al di là del Mediterraneo c’è un intero continente che sogna di viaggiare sempre più veloce: “Noi saremmo ben visti – ha confidato su InsideOver una fonte diplomatica italiana operante in Africa – Le nostre aziende qui avrebbero le porte aperte”. Lo dimostra l’esempio iniziale relativo alla costruzione della grande diga della rinascita in Etiopia. Manca però un’agenda. Molte aziende si sono mosse bene ma isolatamente, senza avere alle spalle una chiara visione della politica sull’argomento. Roma, sia per via del suo potenziale Soft Power che per le sue competenze, potrebbe giocare un ruolo importante nella partita infrastrutturale africana. Una sfida che, se vinta, aprirebbe a enormi vantaggi per le nostre aziende in difficoltà nel mercato interno e darebbe all’Italia quell’influenza da sempre cercata ma da anni lontana dalla portata.

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