Si dice che il battito d’ali di una farfalla a New York possa provocare un urugano dall’altra parte del mondo o, parafrasando Alan Turing, che un evento apparentemente insignificante come lo spostamento femtometrico di un elettrone al tempo uno potrebbe innescare una catena di eventi culminante in una valanga omicida al tempo due. Si chiama effetto farfalla ed è una teoria che pertiene alla matematica e alla fisica, sebbene possa trovare valida applicazione anche nella geopolitica e nelle relazioni internazionali.

Perché historia homines docet che gli eventi più impensabili, spesso e inconsapevolmente, hanno dato vita agli esiti più inattesi, improbabili e travolgenti, senza che l’Uomo, guidato com’è da un orizzonte temporale terreno, transitorio e labile, potesse prevenirli o cavalcarli. È il caso di una rivoluzione partita in Francia nel 1789, che vent’anni dopo avrebbe dato avvio all’emancipazione dell’Iberoamerica dall’impero spagnolo, o di uno sciopero operaio nel porto di Danzica nel 1970, che ventuno anni più tardi avrebbe condotto all’estinzione dell’Unione Sovietica.

La cognizione del ruolo giocato dall’effetto farfalla nella storia apre gli occhi allo statista, che soltanto allora comprenderà la nodalità del fissare gli occhi sull’orizzonte e del tenere il ritmo spasmodico degli eventi del mondo. Non v’è altra maniera, infatti, per determinare se e quando la farfalla ha battuto le ali. E, peraltro, già lo scriveva Niccolò Machiavelli in quell’opera intramontabile intitolata “Il principe” che “bisogna sempre presagire non solo i pericoli presenti, ma soprattutto quelli futuri, per contrastarli in ogni modo”.

Quelle insedie attuali di cui ci ha messo in guardia lo stratega fiorentino sono rappresentate dalle due ali di lepidottero che battono. È vero: non sappiamo né quando né dove la valanga colpirà, perché potrebbe essere oggi come fra dieci anni, ma siamo tenuti a rammentare anche la parte salvifica della tesi di Turing, cioè che dalle slavine ci si può salvare.

Nel caso italiano, sapendo quando la farfalla ha battuto le ali – il 6 aprile, giorno dello sbarco a Tripoli di Mario Draghi – e sapendo quali teatri potrebbero essere travolti dalla cascata mortifera di neve – perché tornati in Libia su mandato dell’amministrazione Biden per fronteggiare Russia e Turchia –, è imperativo che il recupero del nostro posto al Sole venga inquadrato all’interno di una strategia lungimirante, onnicomprensiva, focalizzata sulla prevenzione ed estesa dal Mediterraneo al Caucaso meridionale.

Il peso delle parole

L’8 aprile, all’indomani dell’incidente che ha coinvolto Ursula von der Leyen ad Ankara, Mario Draghi ha definito Recep Tayyip Erdogan “un dittatore di cui si ha bisogno”; parole che hanno determinato la convocazione dell’ambasciatore italiano in Turchia. Scettico riguardo la teoria secondo cui la sedia non pervenuta sarebbe il frutto di un errore di protocollo, il primo ministro italiano ha voluto apporre un’etichetta magniloquente al capo di Stato turco, consapevole dell’importanza della semantica nella politica e, dunque, dei rischi ai quali andava incontro.

Perché etichettare qualcuno equivale a categorizzarlo, dotarlo di un’identità e di un’appartenenza specifiche, che, in questo caso, risultano antagonistiche e antipodiche alla liberal-democratica Italia, rispondendo alla logica schmittiana e manichea dell’amico–nemico. Definendo Erdogan un dittatore, Draghi lo ha catalogato come un membro di quella comunità di stati illiberali che l’amministrazione Biden ha promesso di combattere, operando una netta distinzione tra “noi” (democratici) e “loro” (dittatoriali), segnando una profonda discontinuità con il passato recente, ovverosia con la politica dell’accomodamento di necessità di Luigi di Maio, e confermando implicitamente di aver ricevuto un mandato antiturco da oltreoceano.

Il punto dell’intera questione, però, è un altro: il governo Draghi è sicuro di volersi imbarcare nella missione ad alto rischio affidatagli dagli Stati Uniti (e a latere da Francia e Germania)? In palio c’è il recupero dell’influenza sulla Libia, per quanto parziale e risibile rispetto all’epoca Berlusconi, ma dietro l’angolo si celano innumerevoli insidie, che, urge il coraggio di ammetterlo, potrebbero dare vita ad una slavina. Perché l’Italia non si ritroverà ad affrontare una potenza in declino, ma una in ascesa, e l’eventuale decisione di trattare simultaneamente la Russia con aperta ostilità non farà che elevare l’aleatorietà della partita, anche perché, occorre tenerlo in considerazione, non abbiamo una forma mentis imperiale e impostata sull’offensiva.

Dove potrebbe colpire la Turchia

La farfalla ha battuto le ali, perciò è giunto il momento di capire quando, come e dove avrà luogo il cataclisma. Non è dato sapere il quando, ma il come e il dove possono essere pronosticati con una certa disinvoltura dato che la provvidenza sembra aver unito in maniera (quasi) indissolubile Italia e Turchia: dove c’è l’una, lì c’è anche l’altra.

Nel decennio del profondo sonno, cominciato nel lontano 2011 con il semaforo verde al cambio di regime in Libia, l’Italia si è progressivamente e silenziosamente ritirata da Balcani occidentali e Mediterraneo allargato, regalando o appaltando a terzi la gestione del proprio estero vicino, divenuto sempre più estero e sempre meno vicino.

Approfittando dell’uscita dall’Orbe dell’Urbe, i giannizzeri della Sublime Porta rinata hanno creato avamposti fortificati lungo e dentro lo spazio di prosperità nostrano – disegnato malignamente dal fato come una terra eternamente condivisa e contesa tra popoli italici e turchi sin dai tempi della Serenissima e dello Stato Pontificio –, che, presto o tardi, potrebbero essere volti contro di noi. Urgono, a quest’ultimo proposito, delle precisazioni a scopo di disambiguazione: non si sta facendo riferimento a scenari fantapolitici di guerre aperte o per procura, ma a realistiche operazioni asimmetriche, manovre destabilizzanti e campagne di bellicismo economico che potrebbero assumere le seguenti forme:

  • La riaffermazione della primazia italica in Libia, specialmente nei settori energetico e infrastrutturale, potrebbe venire sfidata da atti di sabotaggio, insurgenze estemporanee in prossimità degli obiettivi nostrani e concorrenza aggressiva da parte dei grandi privati turchi (e russi). Da non trascurare, infine, le seguenti realtà: intere sezioni del Paese sono divenute dei protettorati informali di Ankara e Mosca, l’era dell’italocentrismo è terminata da un decennio, la carta migratoria.
  • Complicazioni potrebbero sorgere nei Balcani occidentali, dove l’impronta italiana è andata sbiadendo e arretrando, soprattutto tra Albania, Kosovo e Bosnia ed Erzegovina. Tre nazioni, le suddette, dove la Turchia può vantare un’influenza culturale (e politica) crescente e raccoglierà sicuramente i frutti prelibati dell’impareggiabile macchina umanitaria messa in moto durante la pandemia. Anche in questo caso, progetti di cooperazione, agende congiunte e piani di investimento potrebbero subire dei bruschi e improvvisi arresti.
  • La situazione non è più splendente nell’Africa orientale, dove la Sublime Porta ha dato prova dell’avvenuto sorpasso sull’Italia in occasione del caso Silvia Romano, liberata grazie all’opera di mediazione dei servizi segreti turchi, e sta siglando accordi riguardevoli in materia di sicurezza e cooperazione militare. Delle molteplici lezioni che l’Italia dovrebbe aver tratto dal caso Romano, una risalta tra tutte: la nostra rete spionistica nello spazio ex coloniale è prisca, anacronistica, da riciclare, cioè non è all’altezza di vivere la competizione tra grandi potenze.
  • Ultimo ma assolutamente non meno importante è il mondo turcico, compreso fra Caucaso meridionale e Asia centrale, dove la diplomazia nostrana ha gettato con successo le basi per una trasmigrazione geopolitica. Scontro frontale con la Turchia e antagonizzazione della Russia, sino ad oggi silente sulla nostra espansione nello spazio postsovietico, significherebbero avvio delle ostilità su teatri per noi pivotali (l’Azerbaigian è il nostro primo rifornitore di petrolio dal 2013) e difficilmente difendibili a causa dell’assenza di alleati utili e validi in loco.

Cosa fare e cosa non fare

L’Italia ha le carte in regola per competere con la Turchia, ponendo fine all’epoca dell’accomodamento varata da Luigi di Maio ed emancipandosi dallo status di socio di minoranza? . Abbiamo il capitale necessario, il sicuro appoggio dei grandi privati nostrani e, sembrerebbe, il supporto tacito degli Stati Uniti, quindi di Francia e Germania. Se vogliamo cogliere l’opportunità di rendere il Mediterraneo allargato meno caotico e più italiano, però, è tassativa la formulazione di una strategia studiata nei minimi dettagli e basata sulla considerazione di ogni possibile scenario.

È nell’interesse italiano coltivare l’inimicizia della Russia? No. Un filo invisibile lega il caso Biot e le prese di posizione anti-erdoganiane dell’esecutivo: la volizione di segnalare alla Casa Bianca che l’Italia vuole giocare la partita, preferibilmente in posizione d’attacco. La linea dello scontro su due fronti sarebbe controproducente per una ragione molto semplice: le due potenze unirebbero le forze per contrastarci e indebolirci sia in Libia sia nell’Asia postsovietica. A quel punto il vantaggio detenuto nei confronti di entrambe, se affrontate singolarmente, sarebbe annullato. Fedeltà all’atlantismo e linea morbida con il Cremlino non si escludono vicendevolmente, anzi sono una peculiarità storica e consolidata della tradizione diplomatica italiana.

Scontro frontale o aggiustamento dei ruoli? L’Italia ha i mezzi, gli alleati e l’economia, ma è priva dell’elemento (possibilmente) più importante: la forma mentis imperiale. La Turchia ha potuto ricostruire un’influenza rilevante sugli ex territori ottomani perché, pur essendo carente del fattore economico, è in possesso di volontà di potenza e lungimiranza. L’attuale modus convivendi non è sostenibile nel lungo termine, perché favorirà Ankara a nostro detrimento, ma la soluzione non proverrà dallo scoppio di venefiche rivalità con una potenza avvezza alla diplomazia delle cannoniere – che potrebbero avvantaggiare il terzo spettatore: la Francia –, bensì dal riaggiustamento paritario dei ruoli attraverso una semplice quanto efficace solerzia geopolitica da parte italiana.

Quale strategia per l’Italia di Draghi? Sappiamo che la farfalla ha battuto le ali, possediamo un elenco delle baite esposte al rischio valanga e abbiamo cognizione dell’alta rischiosità di combattere su due fronti simultaneamente, dunque abbiamo tutto ciò di cui necessitiamo per evitare di cadere nell’errore fatale della discalculia. Proattività in luogo dell’abulia, prudenza anziché azzardo e occhi puntati sulla cima della montagna: la partita può avere inizio.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.