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Downing Street is falling down, too. Dopo solo 45 giorni di governo Liz Truss rinuncia alla guida del Regno Unito, contribuendo a ingigantire la tempesta che sta soffiando su Londra e sui Conservatori, in un Regno che appare sempre più sul viale del tramonto. Prima di lei, il record era stato di George Cunning (1770-1827), morto a quattro mesi dalla nomina, e del suo successore, Frederick John Robinson, rimasto al potere per 144 giorni. In queste sei settimane, il terremoto scatenato dalla sua permanenza a Downing Street, sia dal punto di vista politico che economico, è stato tale da trasformarsi in una valanga che l’ha investita a una velocità mai vista prima nel Paese.

Il caos delle ultime ore

La mattinata si era aperta con la cronaca della lunga agonia del breve governo Truss, vittima delle accuse che la ministra dell’Interno Suella Braverman le aveva rivolto dopo essere stata sostituita per aver condiviso documenti riservati sull’immigrazione, e la bocciatura parlamentare, col voto di molti Tory, dei piani governativi di fracking, l’estrazione di idrocarburi dalle profondità terrestri mediante lo sbriciolamento degli strati geologici; i deputati hanno perfino impedito alla premier di votare, bloccandola nei corridoi di Westminster.

Insomma, benché Downing Street dopo la votazione avesse smentito le voci di dimissioni della capogruppo Wendy Morton, rivelatasi incapace di mantenere la disciplina dei parlamentari, il partito ha iniziato ad annaspare. Anche perché al posto della Braverman, Truss, suscitando lo sdegno dei pochi sostenitori interni che le erano rimasti, aveva insediato non un appartenente alla stessa corrente, ma un uomo vicino a Rishi Sunak, esponente della sinistra Tory che fu il suo competitore nella corsa per la leadership.

Cosa accade dopo le dimissioni di Truss

La ormai ex premier ha reso noto che le elezioni per scegliere il suo successore alla guida del partito Conservatore, e quindi del governo britannico, si terranno entro la prossima settimana, come ha concordato con il Presidente del Comitato 1922 (il potente organismo di vertice dei Tory) Sir Graham Brady, che ha incontrato questa mattina.

Truss ha anche precisato che rimarrà premier fino a che non sarà scelto un successore. Sir Brady ha assicurato che sarà eletto un nuovo leader conservatore entro il 28 ottobre e dunque ci sarà un nuovo premier il 31 ottobre, giorno in cui è prevista la presentazione della manovra da parte del Cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt. Incontrando i giornalisti subito dopo le dimissioni di Truss, Brady ha anche illustrato le regole su come il partito conservatore sceglierà il suo prossimo leader e ha confermato che si sfideranno due candidati. “Ci saranno due candidati a meno che non si presenti uno solo”, ha dichiarato lapidario.

Si apre la corsa nei Tory

A testimonianza della grande crisi e del caos che regna fra i conservatori, la proposta dell’ex premier britannico Boris Johnson, che intende partecipare alla corsa per sostituire Truss. Lo ha reso noto il quotidiano The Times, secondo cui Johnson riterrebbe la questione “di interesse nazionale” e si vorrebbe dunque proporre come successore anche alla guida del Regno Unito. Johnson, che ha lasciato l’incarico solo a inizio settembre, sarebbe convinto di poter invertire la crisi del partito.

Tuttavia, le previsioni sembrano escludere il BoJo bis. L’ex cancelliere Rishi Sunak è il favorito per diventare il nuovo premier britannico: lo riporta Sky News citando i bookmaker e in particolare la piattaforma britannica Betfair, secondo la quale Sunak è dato 11/10. Segue Penny Mordaunt data 7/2 e Ben Wallace a 8/1. Le probabilità che Jeremy Hunt possa diventare il nuovo premier sono date 9/1, ma lui ha già detto che non si candiderà per il ruolo.

I laburisti chiedono nuove elezioni

La prassi del rimpasto sembra però aver esaurito le sue potenzialità e da più parti si invocano nuove elezioni.

A insorgere, innanzitutto, alcune porzioni del Paese: i primi ministri della Scozia e del Galles, Nicola Sturgeon e Mark Drakeford, chiedono nuove elezioni. Per la scozzese Sturgeon, “non ci sono parole” per descrivere adeguatamente la situazione. “È oltre l’iperbole e la parodia. La realtà è che il prezzo lo paga la gente comune”, ha scritto su Twitter, aggiungendo che la convocazione di elezioni è ora “un imperativo democratico”. Concorda sul fatto che le elezioni generali sono l’unica via per mettere fine alla paralisi il gallese Drakeford, parlando di “fallimento totale del governo di cui ognuno nel paese dovrà pagare il prezzo”.

Se da un lato la crisi in corso a Londra rischia di gettare benzina sul fuoco delle spinte localiste, risulta una ghiotta occasione per i Laburisti: finiti in una crisi profonda senza via uscita, che gli avrebbe a lungo negato Downing Street, ora intravedono l’opportunità storica di salvare il Paese sull’orlo di una crisi di nervi. La magra performance degli avversari, unita alla svolta centrista degli ultimi mesi, portano il loro leader Keir Starmer in vantaggio di oltre trenta punti sui conservatori.

La crisi politica in corso in Regno Unito non è solo una telenovela ai vertici del Partito conservatore ma “un danno enorme all’economia e alla reputazione” del Paese, ha commentato quest’ultimo circa le dimissioni. “I cittadini stanno pagando prezzi più salati, mutui più elevati”. “Non può esserci un’altra porta girevole in questo caos, non ci può essere un altro esperimento ai vertici dei conservatori”, ha proseguito Starmer, secondo cui l’alternativa è un governo laborista stabile. Stessa richiesta è arrivata su Twitter dal leader dei Lib-Dem, Ed Davey. “Non abbiamo bisogno di un altro primo ministro conservatore che barcolli da una crisi all’altra. Abbiamo bisogno di un’elezione generale ora e dei conservatori fuori dal potere”, ha sostenuto.

La scommessa di Keir Starmer

Appare in grande spolvero il leader labour, che poche ore prima delle dimissioni aveva dato tempo fino a Natale per la “Truss exit“. “Stanno scrivendo un libro sul mandato del primo ministro. Sarà fuori entro Natale. E’ la data di uscita o il titolo?”. Con questa battuta Starmer, ha preso la parola alla Camera dei Comuni, riunita per il question time, dando il via a un serrato duello verbale con la premier, che lo ha attaccato a sua volta per l’incapacità di tenere a freno i sindacati, pronti a nuovi scioperi dei trasporti.

Nei laburisti, l’amministrazione Starmer pare dare i suoi frutti, volando nei sondaggi rispetto ai conservatori, che governano ininterrottamente dal 2010. Percentuali così il Labour Party non le vedeva dal 2001 quando al governo c’era Tony Blair, l’ultimo leader laburista a vincere le elezioni nel Regno Unito, addirittura per tre volte di fila: nel 1997, 2001 e 2005. Si dichiara pronto a governare annunciando la svolta centrista su cambiamento climatico, crescita e responsabilità economica profetizzando un “momento laburista”. Classe 1962, già capo della Procura della Corona, deputato dal 2015, Starmer, da sempre dichiaratosi socialista, ha preso il posto di Jeremy Corbyn successivamente alla débâcle elettorale del dicembre 2019.

A lui il compito di guidare l’opposizione al governo tory ma anche quello di recuperare il rapporto con i sostenitori tradizionali del partito. La svolta centrista serve soprattutto a ripulire l’immagine del partito, affetto dagli scivoloni e dalla sterzata radicale impressa dal divisivo Corbyn: in molti osservatori avevano profetizzato che se il successore di quest’ultimo non fosse riuscito a cancellare gli errori degli ultimi cinque anni, il partito avrebbe rischiato di non vincere più un’elezione generale.

Starmer ora punta innanzitutto a evitare un nuovo rimpasto e andare al voto: promette di risolvere il problema dell’inflazione e soprattutto di creare posti di lavoro, puntando sulla formazione, lo sviluppo della tecnologia e i servizi per il cittadino, a partire dalla sanità. Riforme e investimenti saranno il suo mantra. Ma c’è da scommettere che una buona parte della sua campagna elettorale sarà all’insegna dello “spirito del ‘97”. Basterà?

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