Adagiato tra le pianure confinanti con il Kazakhistan ed i monti più caratteristici dell’Asia centrale, basta nominare una delle sue principali città per ricollegare subito questo paese alla ‘Via della Seta’: l’Uzbekistan infatti ha, come importante centro commerciale, quella storica e leggendaria Samarcanda che da secoli rappresenta un territorio di incontro e di scambio fondamentale tra oriente ed occidente, che fa di questa repubblica ex sovietica una delle nazioni più importanti della regione. Ma qui, quando ancora le immagini delle torri gemelle in fiamme non avevano invaso i televisori di tutto il mondo e quando l’estremismo islamico prendeva le sembianze soprattutto di quei talebani dominanti nel confinante Afghanistan, la causa jihadista ha iniziato ad attecchire in maniera molto pericolosa tanto da radicarsi, nel giro di pochi anni, nel tessuto sociale delle lande più periferiche dell’Uzbekistan. Il paese ha vissuto anni difficili sul fronte della lotta al terrorismo, il defunto presidente Karimov ha risposto con una dura repressione e, da allora, gli estremisti uzbeki hanno iniziato a portare la loro esperienza di terrore in giro per il mondo fino, come nelle scorse ore, nel cuore di New York.

La nascita delle organizzazioni jihadiste in Uzbekistan

La repubblica uzbeka, retta dal sopra citato Karimov già da prima dell’indipendenza del 1991, aveva pochi anni di vita quando il suo governo ha iniziato ad interfacciarsi con rapporti sempre più frequenti delle forze di sicurezza circa il pericolo jihadista: è, in particolare, nel 1998 che è nato il MIU (Movimento Islamico dell’Uzbekistan), un gruppo che trae per la verità origine dalle lotte compiute dai Mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica negli anni 80; tanto a livello ideologico quanto militare, il MIU ha tratto spunto proprio dal fondamentalismo che a macchia d’olio si è diffuso in tutto il centro Asia dopo la cacciata dell’armata rossa da Kabul. A fondare l’organizzazione terroristica sono stati due tra i più temuti nomi della galassia islamista: Tahir Yuldashev e Juma Namangani, quest’ultimo ex paracadutista proprio dell’armata rossa il quale, tolta la divisa, ha deciso di sposare la causa della guerra santa.

Il MIU, per certi aspetti, ha nella sua genesi dei punti peculiari ben distinti rispetto ad Al Qaeda ed all’ISIS, organizzazioni a cui poi negli anni ha giurato fedeltà: come i Talebani e come i terroristi ceceni, l’obiettivo non è mai stato quello di esportare la jihad in tutto il mondo e di rendere internazionale la lotta islamista; l’unico vero grande disegno posto a base ideologica del gruppo, è stato quello infatti di far attecchire la Sharjah nel solo Uzbekistan e fare dell’ex repubblica sovietica un vero e proprio califfato. Una via islamista quindi, contrapposta invece al governo laico di Karimov il quale, negli anni 2000, ha attuato una feroce repressione contro ogni tentativo di infiltrazione jihadista nella società e nelle istituzioni: il MIU, in particolare, è stato decimato da arresti e da uccisioni seguite a blitz delle forze di sicurezza, si calcola che almeno settemila jihadisti sono stati eliminati dal 1991 al 2004, nel 2002 un documento del Dipartimento di Stato USA parlava anche di metodi brutali utilizzati dalle autorità uzbeke, tra torture ed addirittura episodi di terroristi bolliti vivi nelle carceri.

La repressione militare non è soltanto l’unica arma utilizzata da Karimov: proprio nel 1998, anno di nascita del MIU, il suo governo ha approvato una legge sulla libertà di religione che ha posto di fatto sotto lo stretto controllo del governo ogni attività di culto; possono esercitare la propria fede soltanto quelle associazioni che si sono registrate ed accreditate presso le autorità centrali, diversamente scattano sanzioni ed arresti. La pratica religiosa è quindi maggiormente controllabile ed è stato più semplice, negli anni, individuare moschee e luoghi di culto trasformati in culle di propaganda jihadista: è nata da qui, molto probabilmente, la repressione contro il MIU e contro altri gruppi fondamentalisti, come ad esempio quello molto attivo nel sud del paese denominato Hizb ut Tahrir.

Gli uzbeki coinvolti nei più importanti attentati del 2017

Il MIU e le altre sigle jihadiste sono state sconfitte in patria, ma i combattenti negli anni hanno portato la propria esperienza ed il proprio bagaglio ideologico all’estero: molti uzbeki sono stati segnalati in Afghanistan all’indomani dell’intervento USA, lo stesso fondatore del MIU, Juma Namangani, è scomparso da più di dieci anni e diverse fonti indicano una sua probabile uccisione avvenuta a seguito di un raid americano nel suolo afghano. Nel corso dell’ultimo decennio, i terroristi di origine uzbeka hanno letteralmente ‘scalato’ i ranghi della galassia jihadista internazionale, assumendo la fama di miliziani tanto fanatici quanto preparati: la stessa sigla del Movimento Islamico dell’Uzbekistan è possibile trovarla nelle cronache della guerra siriana, lì dove molti miliziani hanno iniziato ad essere organici all’ISIS, organizzazione a cui il MIU ha giurato fedeltà a partire dal 2014.

Sayfullo Saipov, l’attentatore che nella giornata di martedì ha falciato con il suo suv otto ciclisti a Manhattan urlando ‘Allah Akbar’, è un uzbeko emigrato negli USA nel 2010: se, da un lato, la Polizia lo descrive come un lupo solitario che ha agito sostanzialmente senza complici, dall’altro però è anche vero che in questi ultimi mesi Saipov non è l’unico uzbeko che ha seminato morte e distruzione in nome della causa jihadista. Il 2017 si è aperto con la grave strage di Capodanno ad Istanbul e, anche in quel caso, l’attentatore proveniva dal paese ex sovietico: ad uccidere 39 persone nel pieno dei festeggiamenti per il nuovo anno è stato Abdulkadir Masharipov, di nazionalità uzbeka. Il 3 aprile 2017 una bomba ha ucciso tredici persone nel metro di San Pietroburgo: a piazzarla un altro uzbeko, Akbarjon Djalilov, di appena 22 anni; il 7 aprile invece, un camion è piombato su una folla a Stoccolma, uccidendo cinque innocenti nei pressi di un centro commerciale: anche in questo caso, l’autore della strage era uzbeko e rispondeva al nome di Rakhmat Akilov.

L’attentato di New York quindi, ha in comune con gli altri principali attacchi terroristici di matrice islamica il fatto che, a provocarli, siano stati cittadini provenienti dall’Uzbekistan; che si tratti di lupi solitari o di organizzazioni ben strutturate, di certo dall’ex repubblica sovietica negli anni sono uscite numerose cellule jihadiste che, dopo aver perso la guerra in patria, stanno cercando di infondere il terrore in varie parti del mondo. I militanti del MIU, così come delle altre sigle formatesi tra i monti del centro Asia, risultano molto attivi in Siria tra le fila dell’ISIS ma anche ancora in Afghanistan: forse la mente dell’azione terroristica del giorno di Halloween ha agito per davvero in maniera solitaria e, forse, non ha mai conosciuto le dinamiche che hanno portato allo sviluppo prima ed alla repressione poi del fenomeno jihadista nel suo paese ma, di certo, ciò che ha portato Saipov a schiantarsi su inermi civili in biciletta ha origini decisamente remote e che vanno ad installarsi, senza dubbio, tra le altrettanto remote lande di un Uzbekistan da cui sono usciti alcuni dei più temibili gruppi fondamentalisti.  

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