Non appena i primi colpi di artiglieria dei turchi hanno raggiunto la zona di Afrin, nel mondo diplomatico sono sorte non poche domande ma, di fatto, è soprattutto una che in queste ore incuriosisce ed inquieta maggiormente al tempo stesso: cosa faranno gli USA adesso? La Turchia, senza mezzi termini, vuole evitare che tutti i territori attualmente in mano alle milizie SDF/YPG a ridosso del suo confine vengano controllati dai curdi; ma da Washington, lo scorso 14 gennaio intanto hanno annunciato l’inizio dell’addestramento di una nuova forza militare, composta da trentamila uomini in maggioranza curda, in grado di controllare e gestire i confini siriani controllati dall’SDF. In tal senso, la preoccupazione principale riguarda la zona di Manbji, città in mano curda (anche se la sua popolazione è in gran parte araba) dal 2016 in cui secondo Erdogan a breve inizierà la seconda fase dell’operazione ‘Ramoscello d’Ulivo’: lì, così come ad est dell’Eufrate, sono presenti diversi reparti americani.

Hareetz: “Gli USA intrappolati in Siria”

Zvi Bar’el, nel suo editoriale sul quotidiano israeliano Hareetz, non usa mezzi termini: “Gli americani in Siria sono di nuovo intrappolati”; in particolare, ci si chiede in che modo possa essere ‘compatibile’ l’operazione militare turca con la permanenza di Ankara nella NATO. Di fatto, Erdogan sta bombardando (con una pressione destinata ad aumentare nei prossimi giorni) gli stessi miliziani che a Washington hanno armato, finanziato ed addestrato; la decisione di puntare sui curdi in funzione anti ISIS, così come anche in funzione anti Assad, è stata presa durante i primi mesi del secondo mandato di Obama, la creazione delle milizie SDF ha poi fatto in modo che i curdi potessero dilagare (spesso anche senza combattere) in territori a maggioranza araba ad est dell’Eufrate. Nella provincia di Al Hasakah, così come in quella di Raqqa, sono presenti numerosi consiglieri militari USA, assieme a diverse uomini delle forze speciali; queste zone non verranno intaccate dalla Turchia, ma la presenza americana in queste terre serve da supporto anche ai curdi di Manbjii.

Ankara durante il conflitto siriano ha spesso cambiato posizioni ed alleanze: all’inizio ha favorito e supportato la posizione americana, aprendo l’autostrada della jihad e portando in Siria migliaia di terroristi che hanno affollato le sigle anti Assad; nel 2015, l’aviazione turca ha anche abbattuto un jet russo che per qualche frazione di secondo aveva oltrepassato lo spazio aereo siriano, avviando il periodo più bassi dei rapporti tra Turchia e Russia negli ultimi anni; poi però, è arrivato il fallito golpe del 15 luglio 2016, con Mosca prima capitale a solidarizzare con Erdogan per quanto accaduto e con, a sua volta, lo stesso Erdogan fautore di una brusca sterzata in politica estera ed in special modo sul caso siriano. Il riavvicinamento a Putin è culminato con i vertici di Astana, nei quali il governo turco ha mostrato maggiore interesse al caso curdo che alla detronizzazione di Assad; oggi, di fatto, la Turchia è un membro NATO alleato in Siria con la Russia e che sta sganciando bombe su miliziani addestrati dagli USA. Un’anomalia, di sicuro, ma anche un clamoroso smacco per la politica estera di Washington, la quale esce nuovamente sconfitta dal medio oriente.

Gli americani abbandoneranno i curdi?

Assad resterà al potere e, sotto questo fronte, non sembrano esserci motivi che facciano pensare al contrario: il 70% del paese è tornato nelle mani del suo governo, oramai soltanto la provincia di Idlib rimane sotto il controllo jihadista ma nelle ultime ore le avanzate delle Tiger Force appaiono in tal senso propedeutiche all’avvicinamento anche nell’ultimo capoluogo dove non sventola la bandiera della Repubblica Siriana. Il successo, militare e diplomatico, è quindi da attribuire all’asse uscito dagli accordi di Astana e quindi soprattutto al ‘trio’ Mosca – Teheran – Ankara; i turchi, forse in cambio del via libera proprio alle manovre russo – siriane ad Idlib, hanno quindi potuto iniziare i bombardamenti ad Afrin in una posizione di forza. Gli americani, in tutto ciò, proseguiranno nel loro sostegno ai curdi? La domanda appare come un rebus di difficile soluzione, specie per l’appunto da quando appena dieci giorni fa dagli USA avvertivano dell’inizio dell’addestramento di una nuova formazione militare filo curda.

Vero è pure che, stando così le cose, l’interesse di Washington ad assecondare le velleità curde sembra essere molto più lontano; gli USA hanno già chiuso la porta in faccia ai curdi iracheni di Barzani, non sostenendo apertamente il referendum sull’indipendenza votato nello scorso settembre, una volta terminata la guerra al califfato le milizie SDF prese tra i due fuochi di Ankara e Damasco potrebbero quindi essere più un problema che una soluzione per gli americani. In poche parole, quel senso di chiusura in trappola che sta attanagliando molti analisti americani, di cui parla Hareetz, potrebbe spingere a dire addio al supporto alle forze pro curde anche in Siria.

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