Paolo Gentiloni, già presidente del Consiglio italiano, Commissario europeo per l’economia dal dicembre 2019, deve fare i conti con l’evidente sfiducia che Bruxelles nutre nei suoi confronti e, indirettamente, nell’Italia. La morale della storia che stiamo per raccontare appare evidente fin da subito: a volte essere convinti europeisti, e far parte della “squadra” guidata da Ursula von der Leyen, può non bastare per superare la diffidenza dei tecnocrati dell’Ue.

Gentiloni ha sempre elogiato l’Europa, sposato le sue iniziative politiche, abbracciato le linee guida provenienti da Palazzo Berlaymont e condiviso numerose battaglie, tra cui quella contro i sovranisti. Eppure, nonostante questi e altri attestati di fedeltà, Gentiloni ha ricevuto dall’Europa un mezzo “commissariamento“. Detto altrimenti, e come vedremo, in seguito a un rimpasto avvenuto nel cuore della Commissione europea, l’ex premier in quota Pd, anziché ricevere una certa autonomia di manovra nella mansione che ricopre, si è ritrovato ad avere un capo in più.

Prima di scendere nel dettaglio, due sono gli aspetti da considerare di questa paradossale vicenda sottolineati dal quotidiano La Verità. Primo: Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea, ha un’influenza ben maggiore rispetto a Gentiloni, visto che il lettone è diventato capo “al quadrato” dell’italiano. Secondo: la signora von der Leyen non si fida a lasciar scorrazzare Gentiloni a briglia sciolta in un campo dove è necessario prendere rilevanti decisioni economiche e finanziarie. Non sia mai che la bilancia possa pendere eccessivamente in favore dei furbacchioni italiani.

L’ombra di Dombrovskis

A ben vedere Gentiloni avrebbe avuto la chance di liberarsi una volta per tutte del suo capo europeo, quel Dombrovskis che di tanto in tanto, attraverso interviste velatamente minacciose e paternaliste, ha più volte ammonito l’Italia. A cose normali, e per tutta la durata del mandato, Gentiloni avrebbe dovuto mettere in conto di essere supervisionato da vicino dal fido lettone. Prima del recente ribaltone il superfalco europeo aveva già collezionato diverse cariche: vicepresidente esecutivo della Commissione, coordinatore del gruppo di commissari intitolato “Un’economia al servizio delle persone”, commissario per la Stabilità finanziaria, i servizi finanziari e il mercato unico dei capitali.

Quest’ultima carica è stata ereditata dal potente commissario sotto Jean-Claude Juncker in seguito alle dimissioni del britannico Jonathan Hill, che aveva sventolato bandiera bianca all’indomani del referendum sulla Brexit. Insomma, Gentiloni, per usare le parole di von der Leyen, avrebbe dovuto “collaborare moltissimo” con Dombrovskis. Archiviate le bocciature dei commissari proposti da Romania e Ungheria e il ritiro di Hill, superate le difficoltà di creare una Commissione nonostante i ritardi derivanti da una mancata maggioranza all’Europarlamento, ecco lo scandalo Golfgate.

Di che cosa si tratta? Lo scorso 19 agosto il commissario al Commercio, l’irlandese Phil Hogan, ha pensato bene di ritrovarsi assieme ad alcuni politici presso l’Oirechtas golf society di Clifden, in Irlanda, per organizzare una partitella a golf in piena emergenza Covid. Quando la notizia è stata diffusa, le polemiche hanno travolto il commissario, costretto alle dimissioni.

Un nuovo capo

Il rimpasto ha premiato niente meno che Dombrovskis. Al termine di un periodo ad interim, il Commercio è stato affidato al lettone. A quel punto Mairead McGuinnes, ex presidente del Parlamento europeo, è stata nominata commissario per la Stabilità finanziaria, i servizi finanziari e il mercato unico dei capitali al posto di Dombrovskis. Ci si potrebbe aspettare che questo turbinio di spostamenti possa aver offerto a Gentiloni maggiore margine di manovra. Neanche per idea, perché von der Leyen ha stoppato ogni sogno di gloria dell’ex premier italiano, annunciando che, pur con un nuovo incarico da gestire, Dombrovskis sarebbe rimasto il “rappresentante dell’Eurogruppo per la Commissione europea assieme al commissario Gentiloni”.

La vicenda offre un’interessante chiave di lettura. Con l’avvicinarsi dell’autunno, e quindi della presentazione del piano relativo al Recovery Fund, delle discussioni sul Patto di stabilità, al momento congelato, Bruxelles ha pensato bene di non lasciare troppe libertà al commissario di un Paese considerato “poco virtuoso” da mezza Ue. Senza una simile presa di posizione, probabilmente i Paesi frugali avrebbero protestato nei confronti dell’Europa. Intanto Gentiloni, da ora in poi, dovrà rispondere a due capi e non più a uno soltanto.

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