Luis Inacio Lula da Silva contro Jair Bolsonaro: il 30 ottobre il Brasile sceglierà il nuovo presidente in un ballottaggio storico che vedrà affrontarsi l’ex guerrigliero e tribuno sindacale divenuto capo di Stato (2003-2010) e l’uscente Bolsonaro, ex capitano della riserva divenuto capo di Stato sull’onda dei voti evangelici e della classe media in cerca di sicurezza.

Il Brasile è diviso

Nel primo turno delle elezioni brasiliane più che questo esito tutt’altro che imprevedibile stupisce l’entità dei numeri dei voti raccolti dai due candidati che disegnano un Paese spaccato: Lula ottiene 57 milioni di voti ed è in testa col 48,40% nel primo turno, Bolsonaro segue a ruota con 51 milioni di suffragi e il 43,22%. Polverizzato il resto della concorrenza. L’ex presidente Lula, portavoce di una Sinistra guidata dal Partito dei Lavoratori (Pt) desiderosa di prendersi la rivincita dopo la debacle del 2018 subita da Fernando Haddad, torna competitiva e il presidente che ha rilanciato il Brasile è vicino a completare la rimonta dopo un lungo calvario che lo ha visto affrontare il carcere, la discutibile “Tangentopoli” in salsa carioca guidata dal giudice Sergio Moro e quattro anni di martellante campagna delle formazioni di Bolsonaro, oggi alla testa del Partito Liberale.

Ma anche Bolsonaro stesso è pienamente in partita. L’elezione presidenziale mostra che il boom del 2018 non è stato un exploit passeggero e che nonostante la gestione controversa del Covid, il complesso periodo vissuto nella gestione dell’economia e le tensioni sociali interne il sovranismo alla brasiliana è qui per restare. Bolsonaro incrementa i suoi consensi rispetto ai 49 milioni di voti del 2018 e si afferma come portavoce dell’elettorato delle classi urbane desiderose di sicurezza, dell’imprenditoria agraria, dei dinamici movimenti evangelici.

Lula teme l’accerchiamento al ballottaggio

Il voto apre a molte riflessioni ed incognite. E entrambi i candidati che si sfideranno al ballottaggio hanno alcune problematiche da gestire. Sul fronte della Sinistra, il risultato elettorale è stato un rilancio ma ha rappresentato un duro colpo per i brasiliani progressisti il margine più basso del previsto ottenuto da Lula su Bolsonaro, che nel fronte del Pt è accusato di ogni nefandezza, dall’aver devastato l’ambiente ad aver, come ricordato dal teologo Frei Betto, contribuito con politiche definite genocide e irresponsabili a causare quasi 700.000 morti durante la pandemia di Covid-19.

Il ballottaggio espone Lula a diversi rischi, tra cui la possibilità che Bolsonaro coalizzi contro l’ex presidente tutto l’armamentario di accuse pretestuose sulla corruzione di Lula: in un certo senso, l’anti-lulismo dell’estrema destra brasiliana ricorda l’anti-berlusconismo di maniera del centro-sinistra italiano degli Anni Duemila, a cui si aggiunge una dose di mobilitazione politica e paramilitare che ha avuto il suo effetto nel crescendo di violenze delle scorse settimane contro la campagna elettorale dei progressisti.

Le giornate pre-voto hanno visto un’escalation di questo tipo. Il 10 luglio 2022, la guardia cittadina Marcelo Aloizio de Arruda, attivista del Partito dei Lavoratori, è stato assassinato durante la sua festa di compleanno in un centro del partito situato a Foz do Iguaçu (stato del Paraná). Jorge Guaranho, un agente penitenziario federale, è stato arrestato dopo aver preso d’assalto a colpi di pistola il ritrovo degli attivisti di sinistra gridando che era un sostenitore del presidente Bolsonaro e sparando a de Arruda. A Ceara; il 24 settembre, Antônio Carlos Silva, un contadino, è stato assassinato dopo aver risposto a una domanda fatta da Edmilson Freire, un sostenitore di Bolsonaro. Secondo testimoni oculari, Freire è entrato in un bar e ha gridato “chi sostiene Lula?”, e quando Silva ha detto che avrebbe votato per Lula, Freire lo ha pugnalato alla costola.

Ora Lula punta alla vittoria individuando gli Stati chiave dove colmare il gap con la destra per raggiungere l’agognato 50% più uno dei voti: San Paolo, Rio de Janeiro e Minas Gerais, popolose entità federali in cui Bolsonaro ha sovraperformato e in cui il target sarà l’elettorato popolare urbano.

Il cortocircuito di Bolsonaro: l’exploit cancella la retorica sui brogli?

Bolsonaro d’altro canto si trova di fronte a un risultato elettorale lusinghiero e che può essere la base di un consolidamento politico ma al contempo smentisce molta della propaganda fatta nei mesi scorsi circa la presenza di complotti e brogli volti a defenestrarlo riducendo i suoi risultati alle urne. Molti osservatori hanno denunciato queste accuse come false e hanno espresso preoccupazioni sul fatto che potrebbero essere utilizzate per causare una “Capitol Hill brasiliana” in caso di successo di Lula.

Ma Bolsonaro ha potuto constatare l’esistenza di una base di consenso democratica nei confronti della sua visione del mondo conservatrice, liberista in economia e favorevole all’individualismo in campo sociale. E questo crea un cortocircuito circa la retorica sulla minaccia alla base di consenso del Partito Liberale costruita in questi mesi.

I risultati alle urne nei voti per il Parlamento e i governatorati statali delle figure più controverse della sua area politica lo confermano. Il Guardian segnala che “importanti bolsonaristi sono stati eletti al congresso del Brasile e come governatori statali, tra cui l’ex ministro della salute di Bolsonaro, Eduardo Pazzuelo, che è diventato un membro del Congresso per Rio, e il suo ex ministro dell’ambiente Ricardo Salles“. Pazzuelo è l’uomo dell’idrossoclorichina spacciata come cura miracolosa anti-Covid, Salles il regista dell’assalto economico all’Amazzonia. Inoltre, “il governatore di Rio, Cláudio Castro, sostenitore di Bolsonaro, è stato rieletto mentre uno degli ex ministri più controversi di Bolsonaro, il predicatore evangelico Damares Alves, ha ottenuto un posto al Senato”. Saranno queste figure pronte a immolarsi politicamente per difendere le pretese di Bolsonaro in caso di sconfitta al ballottaggio? Difficile rispondere affermativamente.

Un crocevia storico per il Brasile

Il ballottaggio del 30 ottobre sarà il voto più caldo della storia recente del Brasile. Si affronteranno due ere. Da un lato, Lula: il Presidente del rilancio del Brasile, dell’ingresso del G20, dei Brics, della lotta sostenuta alla povertà, accusato però di essere lo stratega di un sistema di potere corruttivo e clientelare e di essersi radicalizzato a Sinistra dai suoi avversari; dall’altro l’uscente Bolsonaro, che ha dimostrato come la destra radicale brasiliana abbia un suo spazio di espressione alle urne, il tribuno populista e giustizialista che nel 2018 ha preso una valanga di consensi per un’agenda liberista in campo economico, per la sua attenzione alla sicurezza, per la volontà di porre fine alla corruzione endemica ed è divenuto lo stretto alleato di leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Capace di conquistare consensi nonostante le politiche su Covid e Amazzonia o, questo è il sospetto di molti, forse proprio a causa di quelle.

Abbiamo dunque due visioni irriducibili del Brasile che si confronteranno e che semplicemente rischiano di non legittimarsi a vicenda come parte del dibattito democratico. In una nazione messa in ginocchio dalla pandemia e in stagnazione economica, questo può essere un mix esplosivo. A Lula e Bolsonaro è affidato il futuro della democrazia brasiliana proprio in virtù dell’obbligo di accettare l’esito del voto del 30 ottobre, qualunque esso sia.

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