Un passato da liberale e dissidente anti-comunista, è l’uomo che ha tagliato i ponti con il passato sovietico della nazione, ponendo Dio e le radici cristiane dell’Europa al centro della Costituzione ungherese. Ora il premier magiaro Viktor Orbán, che nel frattempo è diventato anche l’uomo dei muri e del pugno di ferro contro migranti e ong, si prepara a cominciare il suo terzo mandato consecutivo alla guida del Paese con la maggioranza di due terzi nel Parlamento di Budapest, dopo la vittoria schiacciante del suo partito, Fidesz, nelle scorse competizioni elettorali.

La linea dura adottata in questi anni contro l’immigrazione e per la difesa della sovranità nazionale ha conquistato quasi il 50 percento degli elettori ungheresi, ma, allo stesso tempo, ha attirato forti critiche da parte di Bruxelles. Se, all’indomani del trionfo elettorale, le congratulazioni sono arrivate dai leader euroscettici per antonomasia, come Nigel Farage e Marine Le Pen, gli auguri del presidente del Ppe, di cui fa parte anche Fidesz, sono giunti con riserva. Mentre di retorica “xenofoba” e “antieuropeista” ha parlato apertamente l’Osce.

Da Bruxelles c’è già chi, come l’eurodeputata verde Judith Sargentini, invoca l’attivazione dell’articolo 7 contro l’Ungheria, per la violazione del valori europei. Una procedura di infrazione già avviata nei confronti della Polonia, altro membro di spicco del quartetto di Visegrád. Tra le accuse mosse al governo di Viktor Orbán dall’esponente dei Verdi c’è quella di aver “violato l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e i diritti fondamentali dei cittadini ungheresi”. Di questo, probabilmente, il nuovo premier ungherese discuterà con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha in programma una visita a Budapest nelle prossime settimane.

Ma, intanto, forte del mandato popolare, Orbán ha annunciato che uno dei primi provvedimenti del nuovo governo sarà l’approvazione della legge “Soros Stop!”, un pacchetto di norme volto a limitare il raggio d’azione delle ong finanziate dal magnate statunitense di origini ungheresi, impegnate in attività solidali in favore dei migranti. Tra le misure che saranno varate da Budapest in questo senso c’è l’imposta straordinaria del 25% sui finanziamenti stranieri a queste organizzazioni, e l’obbligo di registrarsi presso il ministero dell’Interno, che potrà anche decidere eventuali restrizioni sull’accesso ai campi profughi. Tra le priorità dell’esecutivo che si insedierà nelle prossime settimane ci sono anche nuove politiche demografiche per incrementare le nascite. Nessun passo indietro neppure sulla difesa della “sovranità” ungherese all’interno dell’Ue, nonostante le procedure attive aperte da Bruxelles nei mesi scorsi contro il governo magiaro. Budapest vuole “un’Europa forte con nazioni forti e non gli Stati Uniti d’Europa”, ha ribadito il premier ungherese.

Il principale terreno di scontro è la questione dei migranti, sulla quale l’Ungheria non accetta i diktat dell’Europa. Per questo la cancelliera tedesca Angela Merkel ha definito quella con Budapest una “collaborazione soggetta a controversie”. Il vero motivo degli attriti, secondo un’analisi di Carl Larky, pubblicata su Italia Oggi, sarebbe economico, visto che la stretta sull’immigrazione messa in campo dalla Svezia, che a differenza dell’Ungheria è un contribuente netto dell’Ue, non ha suscitato le stesse reazioni. Stesso discorso per Francia e Austria, che a loro volta non hanno esitato a blindare le proprie frontiere, talvolta con azioni al limite della legalità. Insomma, sottolinea lo stesso analista, i Paesi del gruppo Visegrád che in passato hanno lottato strenuamente contro i regimi comunisti ora non vogliono diventare i vassalli dell’Unione. 

D’altra parte, il presidente francese Emmanuel Macron, che in queste ore parla di “tentazioni autoritarie” e “fascinazioni illiberali” provenienti dai Paesi dell’Est, è sedotto a sua volta dall’idea di una diarchia franco-tedesca al comando dell’Ue. Una seduzione talmente evidente, da costringere il presidente della Commissione a puntualizzare che in Europa non ci sono soltanto Parigi e Berlino.

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