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Nella lingua coreana, il “sogno di un cane” è un modo di dire per indicare un sogno assurdo e senza senso. È una premessa importante, per capire le parole del ministro degli Esteri della Corea del Nord, Ri Yong-ho, durante un incontro con i giornalisti prima di partecipare alla 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quando, in risposta alle parole di Trump, ha detto: “Se pensava di poterci spaventare con il suono di un cane che abbaia, questo è davvero il sogno di un cane”. Questa frase è la prima reazione ufficiale da parte del governo di Pyongyang alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che di fronte all’Assemblea Generale non ha lesinato minacce al regime nordcoreano qualora dovesse continuare nella sua politica provocatoria.

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Il ministro degli Esteri nordcoreano oggi dovrebbe parlare all’Assemblea Generale dell’Onu e si riunirà sabato con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Un’agenda fitta di impegni quella del capo della diplomazia della Corea del Nord, che ci permette di analizzare meglio l’importanza di questo personaggio politico all’interno del governo di Kim Jong-un e, soprattutto, nell’ambito della diplomazia mondiale. Perché se è vero che Kim, in qualità di dittatore, monopolizza il sistema mediatico e politico che riguarda la Corea del Nord, è anche vero che esiste un sistema politico e di reti internazionali dietro queste provocazioni che non può essere dimenticato. Giunto a capo della diplomazia nordcoreana dal maggio del 2016, Ri Yong-ho è visto da molti come l’unico uomo del governo di Pyongyang a poter offrire una cosiddetta “exit strategy” al muro contro muro imposto dal suo leader, Kim, e dal presidente Usa, Trump.

In particolare, ciò che lo fa ritenere un uomo-chiave di questa crisi internazionale è il suo curriculum: è il diplomatico nordcoreano che conosce meglio gli Stati Uniti, ha forti legami con la famiglia di Kim, ha ricoperto la carica di capo negoziatore per il nucleare della Corea del Nord ed è stato ambasciatore nel Regno Unito. Non è un caso dunque che abbia partecipato ai colloqui con tutti gli attori principali di questa escalation, a partire da quelli con gli Stati Uniti, le Nazioni Unite e la Corea del Sud, e ha partecipato attivamente agli incontri internazionali regionali, primo fra tutti l’Asean di questa estate. All’evidente valore diplomatico, si aggiungono poi importanti connessioni con il sistema di potere interno alla Corea del Nord. Membro del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori e protetto del consigliere di politica estera di Kim Jong-il, padre di Kim, Ri Yong-ho rappresenta quel trait d’union fondamentale tra regime e mondo esterno. Un compito non facile, dal momento che deve essere da un lato perfettamente integrato nella granitica burocrazia di Pyongyang e, dall’altro lato, capace di mediare ed essere ben accetto dalla dinamica diplomazia occidentale.

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Per adesso sembra difficile che Ri possa incontrate rappresentanti della diplomazia americana. Si parla di un’ipotesi – molto remota – di un vertice con Tillerson, ma per ora è anche in dubbio la possibilità che s’incontri con il segretario generale Guterres. In questo momento, la tensione in tutta la penisola coreana non permette incontri distensivi. Da parte del governo nordcoreano, le parole di Trump di scherno nei confronti del leader Kim sono state, ovviamente, accolte con rabbia. Quello che temevano molti funzionari Usa, cioè un nuovo irrigidimento da parte del governo di Pyongyang, sembra essere ormai una realtà. A questo, si aggiunge il fatto che le sanzioni Onu contro la Corea del Nord hanno ottenuto un effetto assolutamente contrario rispetto alle aspettative, invogliando il governo nordcoreano a continuare per la propria strada senza avere più alcuna necessità di ascoltare le richieste della comunità internazionale. “In Corea del Nord si formano lunghe code per la benzina. Che peccato!”, ha twittato il presidente Trump con ironia, dopo le sanzioni del Consiglio di sicurezza che hanno imposto un embargo sul petrolio. E sono parole che non hanno potuto che esacerbare gli animi, oltre che dimostrare un’assoluta mancanza di diplomazia nella gestione della crisi. Ora, la luce dei riflettori potrebbe spostarsi su Ri Yong-ho. Le sue parole all’Assemblea Generale saranno fondamentali per comprendere fino a che punto arriveranno le provocazioni, ma, dall’altro lato, bisognerà soprattutto capire come si muoverà nell’ombra. Il destino della penisola coreana passa anche per le sue mani.

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