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Petrolio, gas, influenze politiche, ma anche problemi di natura europea e lo scarso consenso elettorale. Ci sono molti motivi per cui Emmanuel Macron ha deciso di scatenare ora la sua “offensiva” sulla Libia. E il fatto che l’Italia ne sia la prima vittima non deve farci perdere i vista gli interessi del presidente francese in questa parte di Nordafrica.

Energia, un nodo irrisolto

Innanzitutto c’è un problema di natura strategica: la Libia serve. Innanzitutto per il gas e il petrolio, che non bastano mai e che significa strappare alle altre potenze rivali le disponibilità energetiche di un Paese. Non è un mistero che, nella guerra scatenata contro Muhammar Gheddafi da Nicolas Sarkozy, ci fosse anche la sfida alla netta supremazia italiana negli accordi energetici con Tripoli.

La posizione di vantaggio guadagnata da Roma rappresentava per Parigi una clamorosa sconfitta e un simbolo del graduale allentamento dei legami dell’Africa con la Francia. Eni aveva scalzato quasi completamente Total: e per i francesi questo era inaccettabile, dando praticamente a Roma il pieno controllo sull’oro blu della Libia.

Mantenere la leadership sull’Africa

C’è poi una questione di natura geopolitica, ed è legata alla volontà della Francia, e in particolare di Macron, di consolidare la sua posizione in Africa. L’agenda francese ha sempre avuto il continente africano al primo posto. E Parigi non ha mai perso la sua leadership su questa parte dell’Africa, e cioè l’area mediterranea e il Sahel. Per la Francia è fondamentale avere una sorta di retroterra con cui garantirsi la propria posizione di potenza internazionale.

Considerandosi un Paese che vuole essere riconosciuto quale interlocutore privilegiato al pari delle superpotenze come Cina, Russia e Stati Uniti – eredità del passato coloniale -, la Francia vuole dimostrare di essere una potenza in grado di decidere il destino di un’area del mondo e di avere una forte influenza su una sua parte.

L’Africa occidentale e settentrionale sono le aree utili a questo scopo. Ma negli ultimi decenni, Parigi ha perso colpi. L’influenza sull’Algeria, finita dopo la guerra, è diventata minima con l’avvento di altri Stati, a cominciare dalla Russia. Nel Marocco, la Spagna ha una posizione di vantaggio e giocano in particolare altri Paesi, a cominciare dall’Arabia Saudita.

In Egitto, i continui rovesciamenti di governo hanno reso difficile creare stabili alleanze. Il Cairo ha uno storico e consolidato rapporto con i leader egiziani, rappresentato in questi ultimi anni dalle commesse militari fra le aziende francesi e la Difesa del Paese nordafricano. Ma altre potenze hanno un’influenza sull’Egitto, a cominciare da Israele, Russia, Emirati e Cina, con cui Abdel Fattah Al Sisi mantiene ottimi rapporti.

Poi c’è la Libia, dove il problema è molto più sentito. Qui l’Italia ha sempre rappresentato la potenza che poteva escludere Parigi. E per molti anni l’ha fatto, tanto che non era rimasta alternativa che puntare sul rovesciamento di Gheddafi e scommettere sul caos della guerra civile. Una scommessa che però la Francia rischiava di perdere grazie alla convergenza fra strategia italiana e riconoscimento internazionale di Fayez Al Sarraj.

Una sfida che ha che fare con l’Europa

Per Macron, avere il Sahel, Nordafrica e, in particolare, la Libia, significa anche avere le chiavi sulla sicurezza europea. E quindi sulla stessa Unione europea, spaccata proprio sul fronte migranti e sulla tutela dei confini esterni. I flussi migratori dalla Libia all’Italia hanno dimostrato la centralità dell’immigrazione per la sopravvivenza dell’Europa. E controllare la Libia e il Sahel aiuta a decidere i fragilissimi equilibri europei.

Per Parigi significa soprattutto strappare la leadership europea alla Germania. Angela Merkel in questi mesi è apparsa molto indebolita rispetto agli anni precedenti. E Macron non ha mai negato di preferire un asse franco.tedesco con Parigi come protagonista della politica europea. L’assedio americano alla Germania e la debolezza interna della cancelliera hanno aiutato a questo scopo.

E ora, poter guidare la transizione libica significa anche consolidare la potenza francese come decisiva sul fronte mediterraneo. E in questo, sono utilissimi gli interessi energetici che possono incidere sul futuro libico, specialmente con Berlino sotto scacco delle sanzioni Usa per il North Stream 2.

Obiettivo interno: sviare l’attenzione

La Libia significa anche esternalizzare i problemi. Il consenso di Macron è in caduta libera. E presentarsi come presidente attivo e che opera per la grandeur, aiuta a sviare l’opinione pubblica dai gravi problemi di ordine interno. Le manovre economiche non sono state percepite in maniera positiva dall’elettorato francese e i lavoratori scendono continuamente in strada.

Sul fronte dell’integrazione, le cose non vanno meglio. Il modello francese sta crollando sotto la scure della violenza e della mancata capacità di assorbire i nuovi flussi migratori. Le banlieue ribollono e le violenze nelle periferie parigine sono all’ordine del giorno, con casi anche eclatanti.

Il governo perde nel frattempo altri pezzi. È di oggi la notizia delle dimissioni del ministro dello Sport Laura Flessel dopo quelle del ministro per la Transizione ecologica Nicolas Hulot. E l’affaire-Benalla ancora circola nelle stanze di Parigi e minaccia la stabilità dell’Eliseo.

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