“Questa preziosa gemma posta nel mare d’argento, che funge da muraglia o da fossato che difenda una casa, contro l’invidia di terre meno felici”. Così William Shakespeare descriveva il canale della Manica nel Riccardo II. Una gemma che si restringe fino a una distanza di 34 chilometri, tanto poco sono divise Francia e Gran Bretagna. Ma sono 34 chilometri che sui allargano e si restringono con il volgere degli eventi, come il ritmo di una fisarmonica. La Brexit sembrava averli allargati di nuovo, rendendoli una frontiera invalicabile. La martellante propaganda avversa a prescindere all’uscita del Regno dall’Unione europea aveva trasformata la Manica una una sorta di abisso, un “fossato”, come suggerito dal drammaturgo inglese, che non avrebbe più permesso la sinergia fra Londra e Parigi. Così non è avvenuto, ma anzi, il paladino europeista per eccellenza, Emmanuel Macron, considerato per molti mesi la cura francese al virus del populismo, dimostra che in fono la Brexit non significa il Regno Unito fuori dall’Europa, ma più semplicemente il Regno Unito fuori dall’Unione europea. E tenta di ricucire i rapporti anglo-francesi per costruire una solida base su cui improntare la propria politica interna ed estera. Perché la Francia adesso ha bisogno della sinergia con il Regno tanto quanto il Regno ha bisogno del supporto della Francia. Ed è nella costruzione di un nuovo rapporto bilaterale che si fonda la road-map del vertice di Londra fra Emmanuel Macron e Theresa May. Una scelta strategica che è un po’ il fulcro di questi ultimi tempi, in cui la Brexit, l’elezione di Trump, la fragilità della politica comune europea, dimostrano che la via del miglioramento del bilateralismo sia forse la strada ancora preferita dagli Stati per declinare la loro politica estera. L’era dei grandi trattati multilaterali e delle organizzazioni internazionali sembra essere destinata a entrare in una fase di stallo per lasciare lo spazio alla costruzione di un mondo di accordi bilaterali. E l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea può diventare un eccellente spunto di riflessione e di investimento per quei governo europei che hanno intenzione di sfruttare l’uscita di Londra per ottenere importanti accordi politici e commerciali. L’europeista Macron l’ha capito benissimo dal momento che, senza il Regno, la Francia diventa automaticamente l’unico Stato dell’Ue a sedere nel Consiglio di Sicurezza Onu e a possedere un arsenale nucleare autonomo. Ma adesso, deve anche fare  conti con due problemi che necessitano della grande collaborazione del governo britannico: immigrazione e terrorismo.

Tornando al canale della Manica, nel punto più stretto c’è anche uno dei più grandi problemi dei rapporti fra i due Stati: Calais. La giungla di Calais, sgomberata nel 2016, non esiste più. Tuttavia sarebbe miope pensare che la questione migranti sia stata risolta con uno sgombero. Chi vuole partire per raggiungere la Gran Bretagna, è ancora in Francia, da quelle parti. Non sarà la giungla di Calais, quell’accampamento fuori da ogni regola lasciato costruire in anni di lassismo, ma tante altre piccole baraccopoli e accampamenti sorti ovunque nell’area e che comportano per Parigi un problema gravissimo in termini di sicurezza. Secondo quanto riferito dalla Bbc, Londra finanzierà con circa 44,5 milioni di sterline il rafforzamento della sicurezza sul Canale della Manica, investendo su nuovi sistemi di recinzioni, telecamere a circuito chiuso e tecnologia a raggi infrarossi, in particolare a Calais. I due Stati rispettano (a fatica) il trattato di Le Touquet, che autorizza i controlli da parte della polizia di frontiera all’interno dei confini dell’altro. Ma adesso si aspetta un aggiornamento dell’accordo, vista anche la differenza della realtà del 2003 rispetto a quella attuale. E il governo May dovrebbe accettare di accogliere più rifugiati bloccati a Calais, in particolare bambini non accompagnati, uno dei grandi punti interrogativi della politica migratoria europea.

Ma non c’è solo l’immigrazione a far unire le forze di Francia e Regno Unito. Macron sta cercando in tutti i modi di ampliare il supporto europeo alle operazioni delle sue forze armate in Sahel per evitare di sobbarcarsi il compito di difendere tutta la regione. Una scelta strategica che serve a rafforzare l’operazione Barkhane, tutelare gli interessi di Parigi in quegli Stati ed ergersi quale potenza leader dell’Ue anche nel fronte anti-terrorismo. In questa logica, rientra, seppur in maniera minima, anche il Regno Unito. Il governo britannico dovrebbe, infatti, inviare tre elicotteri Chinook della Royal Air Force per supportare le forze francesi impegnate in Mali. “I recenti attacchi terroristici in tutta Europa sottolineano la portata della sfida transfrontaliera che affrontiamo nel mantenere i nostri cittadini al sicuro”, ha detto il portavoce del governo britannico, come riportato dall’agenzia Agi. Un impegno militare non particolarmente importante, ma comunque dal valore simbolico importante, e che si aggiungerà allo stanziamento di  50 milioni di sterline in aiuti per le popolazioni colpite di Mali, Niger, Ciad, Camerun, Burkina Faso e Mauritania. Ma è un impegno che si tramuta soprattutto in un “do ut des” che, per la Francia, si tradurrà nell’invio di truppe in Estonia, a supporto del gruppo della Nato sotto comando britannico. Le truppe dovrebbero arrivare nel 2019.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.